Corte di Cassazione, sez. Lavoro, Ordinanza n.41887 del 29/12/2021

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LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso 16315/2016 proposto da:

PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO, in persona del Presidente pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR 17, presso lo studio dell’avvocato MICHELE ROMA, rappresentata e difesa dagli avvocati NICOLO’ PEDRAZZOLI, ALBERTO PIZZOFERRATO e LUCIA BOBBIO;

– ricorrente –

contro

B.A., elettivamente domiciliato in ROMA, LUNGOTEVERE DEI MELLINI 24, presso lo studio dell’avvocato CARLO CONTALDI LA GROTTERIA, rappresentato e difeso dall’avvocato PAOLO DE NARDIS;

– controricorrente –

nonché contro V.P.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 87/2015 della CORTE D’APPELLO di TRENTO, depositata il 22/12/2015 R.G.N. 76/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 12/10/2021 dal Consigliere Dott. DI PAOLANTONIO ANNALISA.

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. la Corte d’Appello di Trento ha respinto l’appello proposto dalla Provincia Autonoma di Trento avverso la sentenza del Tribunale della stessa sede che aveva parzialmente accolto le domande proposte, con separati ricorsi poi riuniti, da B.A. e V.P., insegnanti non di ruolo assunti sulla base di una serie continuativa di contratti a tempo determinato, i quali avevano chiesto, in applicazione del principio di non discriminazione, l’accertamento del diritto a percepire il medesimo trattamento retributivo riservato agli assunti a tempo indeterminato e la conseguente condanna dell’amministrazione provinciale al pagamento delle differenze maturate in pendenza dei rapporti a termine;

2. la Corte territoriale ha premesso che la domanda di riconoscimento dell’anzianità era stata azionata in via autonoma ed indipendente rispetto a quella volta ad ottenere la dichiarazione di illegittimità dei termini apposti ai contratti ed ha ritenuto che la domanda stessa fosse fondata alla luce della clausola 4 dell’Accordo Quadro allegato alla direttiva 1999/70/CE, atteso che la Provincia non aveva allegato e provato modalità di esecuzione della prestazione che consentissero di distinguere l’attività del personale di ruolo da quella degli assunti con contratto a termine e, quindi, di ritenere giustificata la disparità di trattamento da ragioni oggettive;

3. ha considerato irrilevante l’intervenuta stabilizzazione ed ha evidenziato che la ricostruzione della carriera disposta dopo l’immissione in ruolo non aveva fatto venir meno il carattere discriminatorio delle condizioni di impiego relative al periodo pregresso;

4. il giudice d’appello ha, invece, ritenuto parzialmente fondato l’appello incidentale e, per quel che ancora rileva in questa sede, ha escluso che dall’ammontare delle differenze dovute potesse essere detratto l’importo corrisposto dall’Amministrazione Provinciale a titolo di retribuzione dei mesi estivi ai supplenti che avessero maturato almeno 180 giorni di servizio;

5. ha precisato che il trattamento in questione era migliorativo solo rispetto a quello previsto per i supplenti della scuola statale, ma non annullava la diversità delle condizioni di impiego con i docenti della stessa scuola provinciale ed inoltre, come desumibile dal testo del CCP, trovava causa nella prosecuzione della disponibilità del personale supplente a soddisfare le esigenze eventualmente manifestatesi nei mesi estivi o connesse alla ripresa del servizio, esigenze in ragione delle quali era prevista la proroga automatica del termine apposto al contratto;

6. per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso la Provincia Autonoma di Trento sulla base di due motivi, illustrati da memoria, ai quali ha opposte difese con controricorso B.A. mentre è rimasta intimata V.P..

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. con il primo motivo la Provincia Autonoma di Trento denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 312 del 1980, art. 53, del D.Lgs. n. 297 del 1994, artt. 485 e 526, della clausola n. 4 dell’Accordo Quadro allegato alla direttiva 1999/70/CE, degli artt. 83 e 86 CCPL 29.11.2004 per il personale docente della Provincia di Trento, dell’art. 3 dell’accordo provinciale 15.5.2001 per il biennio economico 2000-2001, dell’art. 22 dell’accordo provinciale per il biennio economico 2008-2009;

1.1. richiamato il quadro normativo e contrattuale, sostiene la ricorrente che il mancato riconoscimento ai fini retributivi dell’anzianità di servizio maturata sulla base di contratti a tempo determinato, lungi dall’essere discriminatorio, è giustificato da ragioni oggettive ed in particolare dalle peculiarità proprie del sistema di reclutamento del personale docente che, attraverso il cosiddetto doppio canale, consente ai supplenti di acquisire punteggi ai fini della definitiva immissione in ruolo, possibile a prescindere dal superamento di un concorso pubblico;

1.2. aggiunge che la differenziazione del trattamento retributivo è solo momentanea in quanto, all’esito della stabilizzazione, i docenti possono ottenere la ricostruzione della carriera ed il riconoscimento dell’anzianità pregressa;

1.3. rileva che ai rapporti a termine stipulati con il personale scolastico non si applica il D.Lgs. n. 368 del 2001 ed aggiunge che ogni nuovo incarico, conferito secondo modalità che escludono ogni discrezionalità da parte del datore, comporta la costituzione di un rapporto distinto ed autonomo rispetto al precedente;

nfine deduce che attraverso le supplenze è garantita la costante erogazione e, servizio scolastico e, quindi, le stesse sono giustificate da ragioni oggettive;

2. con la seconda censura la Provincia Autonoma di Trento si duole della violazione e falsa applicazione dell’art. 36 Cost., sotto il profilo della proporzionalità, e censura il capo della sentenza che, in accoglimento dell’appello incidentale, ha escluso la compensazione fra le differenze retributive riconosciute sulla base del principio di non discriminazione e la retribuzione corrisposta ai supplenti nei mesi estivi;

2.1. richiama l’art. 95 del CCPL 29.11.2004 ed insiste nel sostenere che per i supplenti la retribuzione nei mesi estivi costituisce una condizione migliorativa in quanto, a differenza dei dipendenti di ruolo, gli assunti a termine la percepiscono senza essere legati all’amministrazione da rapporto di impiego e senza svolgere alcuna attività né preparatoria né didattica;

3. preliminarmente rileva il Collegio che deve essere disattesa la richiesta, formulata dalla ricorrente nella memoria ex art. 380 bis c.p.c., di rimessione alle Sezioni Unite, giacché sul carattere discriminatorio delle,sposizioni, legali e contrattuali, che non riconoscono il necessario rilievo, a fini economici, dell’anzianità di servizio maturata, in ambito scolastico, dagli assunti a tempo determinato, questa Corte si è già espressa a partire da Cass. n. 22558/2016 e l’orientamento, ormai consolidato, non è mai stato disatteso dalle successive pronunce, né emerge alcun contrasto fra il principio affermato e la soluzione data da Cass. n. 31149/2019 alla questione, analoga ma non coincidente, della ricostruzione della carriera successiva all’immissione in ruolo;

3.1. per le medesime ragioni non si ravvisano ragioni idonee a giustificare il rinvio a nuovo ruolo della causa per la successiva trattazione in udienza pubblica;

3.2. il procedimento per la decisione in camera di consiglio dinanzi alla sezione semplice, disciplinato (all’esito delle modifiche apportate al codice di rito dal D.L. n. 168 del 2016, convertito nella L. n. 197 del 2016) dall’art. 375 c.p.c., u.c., e art. 380 bis 1 c.p.c., non va confuso con quello previsto dagli artt. 376, 375, comma 1, e 380 bis, per i casi di inammissibilità o di manifesta fondatezza o infondatezza del ricorso, perché il legislatore ha affiancato alla procedura camerale, finalizzata ad accertare la ricorrenza delle condizioni di cui all’art. 375, comma 1, nn. 1 e 5, la pronuncia con ordinanza in camera di consiglio, alla quale la sezione semplice può fare ricorso “in ogni altro caso, salvo che la trattazione in pubblica udienza sia resa opportuna dalla particolare rilevanza della questione di diritto sulla quale deve pronunciare, ovvero che il ricorso sia stato rimesso dall’apposita sezione di cui all’art. 376 in esito alla camera di consiglio che non ha definito il giudizio” (art. 375 c.p.c., u.c.);

3.3. nessuna delle condizioni ostative ricorre nella fattispecie, giacché il ricorso, oltre a presentare profili di inammissibilità, si presta ad essere deciso sulla base dei principi già affermati per il personale del comparto della scuola assoggettato alla disciplina statale ed alla contrattazione nazionale, dalla quale non si differenzia, negli aspetti essenziali, la normativa provinciale che viene qui in rilievo;

4. il primo motivo è inammissibile nella parte in cui denuncia in via diretta la violazione dei contratti collettivi della Provincia Autonoma di Tento, giacché, per consolidata giurisprudenza di questa Corte, la deduzione del vizio di violazione o alsa applicazione dei contratti e accordi collettivi di lavoro è consentita dall’art. 360 c.p.c., n. 3 soltanto in relazione alle fonti della autonomia collettiva di carattere “nazionale”, con esclusione dei contratti provinciali, anche delle province autonome, senza che tale limitazione possa dar luogo ad un dubbio di costituzionalità, atteso che il rilievo nazionale della disciplina, che giustifica l’intervento nomofilattico di questa Corte, rappresenta, altresì, l’elemento differenziale tra le fattispecie sufficiente a giustificare l’esercizio della discrezionalità del legislatore statale nel disciplinare i rimedi giurisdizionali (ex plurimis: Cass. n. 551/2021 e giurisprudenza ivi citata);

4.1. per il resto la censura è infondata, perché la stessa Provincia ricorrente non contesta che il sistema di progressione economica in ragione dell’anzianità di servizio riconosciuto in ambito provinciale al personale di ruolo sia sovrapponibile a quello previsto per i docenti della scuola statale e, così come accade per questi ultimi, non sia esteso anche agli assunti a tempo determinato;

individua, inoltre, la ragione obiettiva che giustificherebbe tale disparità di “attamento nella peculiarità della disciplina di reclutamento dei docenti a tempo indeterminato e di conferimento delle supplenze nella Provincia Autonoma di Trento- (L. PAT 7 agosto 2006 n. 5 e, per le assunzioni a termine, Regolamento di cui al Decreto del Presidente della Provincia 24 giugno 2008 n. 23-130/Leg.), che delinea un sistema del tutto omogeneo a quello previsto per i docenti dello Stato dal T.U. n. 297/1994;

4.2. devono, pertanto, essere ribaditi, in riferimento ai docenti a termine della Provincia Autonoma di Trento, i medesimi principi affermati in relazione al trattamento economico dei docenti a termine della scuola statale dalla giurisprudenza di questa Corte, ormai consolidata nel ritenere il carattere discriminatorio di tale trattamento, nella parte in cui non prevede, in ragione della natura a termine del rapporto di lavoro, alcuna progressione economica legata all’anzianità di servizio acquisita nel corso dei precedenti rapporti di lavoro (ex plurimis Cass. n. 15352/2020 e i precedenti ivi richiamati);

4.3. invero la Corte di Giustizia da tempo ha affermato che:

a) la clausola 4 dell’Accordo esclude in generale ed in termini non equivoci qualsiasi disparità di trattamento non obiettivamente giustificata nei confronti dei lavoratori a tempo determinato, sicché la stessa ha carattere incondizionato e può essere fatta valere dal singolo dinanzi al giudice nazionale, che ha l’obbligo di applicare il diritto dell’Unione e di tutelare i diritti che quest’ultimo attribuisce, disapplicando, se necessario, qualsiasi contraria disposizione del diritto interno (Corte Giustizia 15.4.2008, causa C- 268/06, Impact; 13.9.2007, causa C-307/05, Del Cerro Alonso; 8.9.2011, causa C-177/10 Rosado Santana);

b) il principio di non discriminazione non può essere interpretato in modo restrittivo, per cui la riserva in materia di retribuzioni contenuta nell’art. 137, n. 5 del Trattato (oggi 153 n. 5), “non può impedire ad un lavoratore a tempo determinato di richiedere, in base al divieto di discriminazione, il beneficio di una condizione di impiego riservata ai soli lavoratori a tempo indeterminato, allorché proprio l’applicazione di tale principio comporta il pagamento di una differenza di retribuzione” (Del Cerro Alonso, cit., punto 42);

c) le maggiorazioni retributive che derivano dall’anzianità di servizio del lavoratore istituiscono condizioni di impiego ai sensi della clausola 4, con la conseguenza che le stesse possono essere legittimamente negate agli assunti a tempo determinato solo in presenza di una giustificazione oggettiva (Corte di Giustizia 20.6.2019 in causa C-72/18, Ustariz Arostegui; Corte di Giustizia 9.7.2015, in causa C177/14, Regojo Dans, punto 44, e giurisprudenza ivi richiamata).

d) a tal fine non è sufficiente che la diversità di trattamento sia prevista da una norma generale ed astratta, di legge o di contratto, né rilevano la natura pubblica del datore di lavoro e la distinzione fra impiego di ruolo e non di ruolo, perché la diversità di trattamento può essere giustificata solo da elementi precisi e concreti di differenziazione che contraddistinguano le modalità di lavoro e che attengano alla natura ed alle caratteristiche delle mansioni espletate (Regojo Dans, cit., punto 55; negli stessi termini Corte di Giustizia 5.6.2018, in causa C677/16, Montero Mateos, punto 57 e con riferimento ai rapporti non di ruolo degli enti pubblici italiani Corte li Giustizia 18.10.2012, cause C302/11 e C305/11, Valenza; 7.3.2013, causa C393/11, Bertazzi);

4.4. i richiamati principi sono stati tutti ribaditi dalla Corte di Lussemburgo nella sentenza del 20.6.2019 in causa C-72/18, Ustariz Arostegui, secondo cui “la clausola 4, punto 1, dell’accordo quadro deve essere interpretata nel senso che essa osta a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, che riserva il beneficio di un’integrazione salariale agli insegnanti assunti nell’ambito di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato in quanto funzionari di ruolo, con esclusione, in particolare, degli insegnanti assunti a tempo determinato come impiegati amministrativi a contratto, se il compimento di un determinato periodo di servizio costituisce l’unica condizione per la concessione di tale integrazione salariale”;

4.5. le considerazioni svolte dalla Provincia ricorrente prescindono dalle caratteristiche intrinseche delle mansioni e delle funzioni esercitate dai docenti a termine e fanno leva sulla natura non di ruolo del rapporto di impiego e sulla novità

– i ogni singolo contratto rispetto al precedente, argomenti già ritenuti dalla Corte di “iustizia non idonei a giustificare la diversità di trattamento (si rimanda alle sentenze richiamate nella lett. d del punto 4.3.) nonché sulle modalità di reclutamento del personale nel settore scolastico e sulle esigenze che il sistema mira ad assicurare, ossia sulle ragioni oggettive del ricorso al contratto a tempo determinato, che rilevano ai sensi della clausola 5 dell’Accordo quadro e non sul piano delle ragioni richiamate nella clausola 4 (che attengono, invece, alle condizioni di lavoro che eventualmente distinguano i due tipi di rapporto in comparazione);

4.6. né il carattere discriminatorio del trattamento riservato agli assunti a tempo determinato in pendenza del contratto a termine può essere escluso facendo leva sulla circostanza che, in ambito scolastico, al personale successivamente immesso in ruolo è assicurato il riconoscimento dell’anzianità pregressa attraverso l’istituto della ricostruzione della carriera, posto che detta ricostruzione, in relazione alla quale valgono i principi affermati da Cass. n. 31149/2019, opera per il periodo eccessivo alla instaurazione del rapporto a tempo indeterminato e non elimina la disparità di trattamento pregressa;

5. il secondo motivo è inammissibile perché, nel denunciare erroneamente la violazione dell’art. 36 Cost. in una fattispecie nella quale, in ipotesi, si potrebbe profilare una “discriminazione alla rovescia” con gli assunti a tempo indeterminato, non si confronta con il decisum della sentenza impugnata e svolge considerazioni tutte incentrate su un presupposto, l’assenza del contratto e della prestazione nei mesi estivi, che, invece, la Corte territoriale ha escluso, valorizzando la disciplina dettata dal contratto provinciale;

5.1. si è già detto nello storico di lite che la sentenza impugnata individua la causa del pagamento delle retribuzioni relative al periodo di sospensione delle lezioni nella “prosecuzione della disponibilità del personale supplente per tutti gli adempimenti ed esigenze che dovessero manifestarsi nel periodo estivo e alla ripresa dell’anno scolastico”, disponibilità che giustifica la “clausola di proroga automatica dei contratti per il periodo estivo”;

5.2. il motivo, fondato su un presupposto escluso dalla Corte territoriale, non indica le ragioni per le quali il giudice d’appello avrebbe errato nell’interpretare le disposizioni del contratto provinciale e, pertanto, è privo della necessaria riferibilità alla motivazione della pronuncia gravata;

5.3. la giurisprudenza di questa Corte è consolidata nell’affermare che nel giudizio di cassazione, a critica vincolata, i motivi devono avere i caratteri della specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata, che comporta l’esatta individuazione del capo di pronunzia impugnata e l’esposizione di ragioni che illustrino in modo intelligibile ed esauriente le ragioni per le quali quel capo è affetto dal vizio denunciato, con la conseguenza che la proposizione di censure prive di specifica attinenza al decisum è assimilabile alla mancata enunciazione, richiesta dall’art. 366 c.p.c., n. 4, e determina l’inammissibilità, in tutto o in parte del ricorso, rilevabile anche d’ufficio (cfr. fra le tante Cass. n. 20910/2017, Cass. n. 17125/2007, Cass. S.U. n. 14385/2007);

6. in via conclusiva il ricorso deve essere rigettato ed alla soccombenza segue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore della parte costituita, liquidate come da dispositivo;

7. ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, si deve dare atto, ai fini e per gli effetti precisati da Cass. S.U. n. 4315/2020, della ricorrenza delle condizioni processuali previste dalla legge per il raddoppio del contributo unificato, se dovuto dalla ricorrente.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 4.000,00 per competenze professionali, oltre al rimborso spese generali del 15% ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della 3assistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto, per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 12 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 29 dicembre 2021

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