
Il Rapporto Censis-Cassa Forense 2026 restituisce l’immagine di un’avvocatura che recupera fiducia, aumenta i redditi e accelera sull’intelligenza artificiale. Ma sotto i dati positivi restano criticità profonde: divari di genere, difficoltà dei giovani, invecchiamento della categoria e sostenibilità del ricambio generazionale.
Il Rapporto sull’Avvocatura 2026, realizzato da Cassa Forense con la collaborazione del Censis, arriva al suo decimo anno e offre una lettura di lungo periodo sulla trasformazione della professione forense.
La fotografia è a due facce: da un lato crescono reddito, volume d’affari e uso delle nuove tecnologie; dall’altro diminuiscono gli iscritti, aumenta l’età media e restano forti diseguaglianze interne.
Il dato economico è il più positivo. Nel 2024 il reddito complessivo Irpef degli avvocati ha raggiunto gli 11,2 miliardi di euro, con una crescita del 7,1% rispetto all’anno precedente. Il reddito medio annuo sale a 51.912 euro, in aumento dell’8,9%, mentre il volume d’affari complessivo supera i 16 miliardi di euro.
Il Rapporto parla anche di un vero e proprio “PIL dell’avvocatura”: rispetto al 2000, l’indice arriva a 187, contro il 109,6 del PIL nazionale. La professione, quindi, continua a produrre valore economico in misura più dinamica rispetto all’economia italiana nel suo complesso.
Ma la crescita non è distribuita in modo uniforme. Il reddito medio degli uomini è pari a 67.959 euro, mentre quello delle donne si ferma a 33.829 euro. Il divario di genere resta dunque uno dei nodi più evidenti della professione.
Nel 2025 gli iscritti a Cassa Forense sono 228.641: di questi, 211.464 sono avvocati attivi e 17.177 pensionati contribuenti. Il calo degli iscritti prosegue e si accompagna a un progressivo invecchiamento della categoria.
L’età media arriva a 49,5 anni, con un aumento di oltre cinque anni nell’ultimo decennio. Crescono i pensionati, diminuiscono gli avvocati attivi e il rapporto tra iscritti in attività e pensionati si riduce.
Il problema non è solo numerico. Una professione più anziana, con meno ingressi e più uscite, pone una questione di sostenibilità: chi entrerà, resterà e crescerà nell’avvocatura dei prossimi anni?
Il Rapporto conferma che il ricambio generazionale è il punto più delicato.
Tra gli avvocati fino a 40 anni, solo il 42,4% è titolare di uno studio monopersonale. Molti lavorano come collaboratori o in regime di monocommittenza. L’ingresso nella professione appare quindi meno autonomo, più lungo e più esposto a condizioni economiche fragili.
Non sorprende, allora, che il 30,3% degli avvocati dichiari di aver preso in considerazione l’idea di lasciare la professione. La ragione principale è economica: costi elevati, redditività non adeguata e difficoltà nel consolidare la clientela.
È qui che si concentra la sfida indicata da Cassa Forense: non basta accompagnare i giovani nell’accesso alla professione, occorre creare condizioni perché possano restare e crescere.
Il divario di genere non riguarda solo il reddito. Le donne sono ancora molto presenti nelle fasce più giovani, ma la loro incidenza diminuisce con l’aumentare dell’età.
Nel 2025 le avvocate rappresentano il 46,6% degli iscritti a Cassa Forense. Il saldo tra iscrizioni e cancellazioni resta negativo soprattutto per la componente femminile, segnalando una difficoltà non tanto nell’ingresso, quanto nella permanenza e nella progressione professionale.
Anche la percezione della condizione lavorativa è diversa: le donne dichiarano più spesso una situazione critica e meno frequentemente una condizione stabile o positiva.
Il dato sull’intelligenza artificiale è tra i più rilevanti del Rapporto 2026.
In un solo anno, la quota di avvocati che utilizza strumenti di AI passa dal 27,5% al 55,3%. Tra gli under 40 raggiunge addirittura il 70,3%.
L’intelligenza artificiale entra così stabilmente nel lavoro degli studi legali, soprattutto per ricerche, organizzazione, gestione documentale e supporto all’attività professionale.
Il punto, però, non è solo tecnologico. L’AI può diventare una leva di efficienza e competitività, ma può anche ampliare il divario tra chi dispone di competenze, strumenti e organizzazione e chi resta legato a modelli meno innovativi.
Il confronto con il Rapporto 2025 mostra un miglioramento evidente.
Nel 2025 il reddito medio era pari a 47.678 euro; nel Rapporto 2026 sale a 51.912 euro. Anche l’uso dell’AI raddoppia, passando dal 27,5% al 55,3%.
Resta però la stessa linea di frattura: già nel Rapporto 2025 emergevano il calo degli iscritti, il divario di genere, l’invecchiamento della professione e la difficoltà delle nuove generazioni. Il Rapporto 2026 conferma quei problemi, ma li colloca dentro una fase di maggiore stabilizzazione economica.
In altre parole, la professione sta meglio rispetto all’anno scorso, ma non ha ancora risolto i suoi squilibri strutturali.
Migliora anche la percezione della condizione professionale. La quota di chi considera la propria situazione “molto critica” scende al 18,4%, il livello più basso dell’ultimo decennio. Aumenta l’area della stabilità e si riduce il pessimismo più marcato.
Resta tuttavia una fascia significativa di avvocati che teme un peggioramento, soprattutto dove pesano ritardi nei pagamenti, adempimenti amministrativi e fiscali, concorrenza elevata, instabilità normativa, lentezza dei processi e costi della giustizia.
La fiducia è in ripresa, ma resta prudente.
Il Rapporto Censis 2026 non racconta una professione in crisi, ma una professione in trasformazione.
Gli avvocati producono valore, innovano, sperimentano nuovi strumenti e mostrano una maggiore fiducia nel futuro. Tuttavia, la crescita rischia di restare parziale se non si interviene sui divari interni.
I nodi sono chiari: giovani, donne, welfare, formazione, multidisciplinarità, tecnologia e sostenibilità previdenziale.
La questione decisiva non è solo quanto cresce l’avvocatura, ma chi riesce davvero a crescere dentro l’avvocatura.
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