
Chi uccide può decidere sul funerale, sulla sepoltura o sulla cremazione della vittima? Con la nuova legge la risposta diventa no: chi è responsabile della morte perde ogni diritto di disporre delle spoglie mortali.
Pubblicata in Gazzetta la Legge 9 marzo 2026, n. 35 che incide su un tema delicato: chi è responsabile della morte di una persona non può più decidere sul destino delle sue spoglie.
La riforma introduce nel codice penale l'art. 585-bis, una disposizione che prevede una specifica pena accessoria: la decadenza da ogni diritto e facoltà in materia di disposizione delle spoglie mortali della vittima.
La legge interviene per colmare un vuoto normativo. In base al regolamento di polizia mortuaria (d.P.R. n. 285/1990), infatti, il potere di decidere sulla destinazione della salma spetta normalmente ai familiari più prossimi. In assenza di una disciplina specifica, poteva quindi verificarsi la situazione paradossale in cui proprio l'autore dell'omicidio – spesso coniuge o convivente della vittima – risultasse formalmente titolare dei diritti sulla sepoltura o sulla cremazione.
La norma nasce nel contesto delle politiche di contrasto alla violenza domestica e al femminicidio e mira a evitare situazioni paradossali in cui l'autore del delitto, spesso legato alla vittima da rapporti familiari o affettivi, possa decidere su funerale, sepoltura o cremazione.
Il nuovo art. 585-bis c.p. stabilisce che, in caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti (patteggiamento), il coniuge, il partner dell'unione civile o il parente prossimo che abbia commesso determinati delitti contro la vittima perde automaticamente ogni diritto in tema di disposizione delle spoglie mortali.
La disposizione si applica quando i reati sono stati commessi in danno:
dell'altro coniuge;
della parte dell'unione civile;
di un parente prossimo.
La decadenza riguarda qualsiasi decisione relativa alle spoglie della vittima, come la scelta della sepoltura, della tumulazione o della cremazione.
La nuova disciplina opera quando la condanna riguarda alcuni specifici delitti previsti dal codice penale, tra cui:
maltrattamenti contro familiari o conviventi da cui deriva la morte della vittima (art. 572, terzo comma, c.p.);
omicidio volontario (art. 575 c.p.);
infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale (art. 578 c.p.);
omicidio del consenziente (art. 579 c.p.);
istigazione o aiuto al suicidio quando deriva la morte (art. 580 c.p.);
omicidio preterintenzionale (art. 584 c.p.);
abbandono di persone minori o incapaci da cui deriva la morte (art. 591, terzo comma, c.p.).
In tutte queste ipotesi la condanna comporta la perdita del potere di decidere sul destino delle spoglie della vittima.
La legge estende espressamente la disciplina anche a soggetti diversi dai parenti in senso stretto.
La decadenza può infatti riguardare:
il convivente di fatto;
il convivente non registrato ma autorizzato dalla vittima;
qualsiasi persona legata da relazione affettiva alla vittima e autorizzata a disporre delle spoglie.
L'obiettivo è evitare che il divieto possa essere aggirato facendo leva su designazioni o deleghe rilasciate dalla vittima in vita.
La riforma interviene anche sul regolamento di polizia mortuaria (d.P.R. n. 285/1990), prevedendo modifiche che dovranno essere adottate con regolamento entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge.
Secondo i principi stabiliti dal legislatore, dal momento in cui una persona viene iscritta nel registro degli indagati per uno dei reati indicati:
non può esercitare alcun diritto sulla tumulazione, inumazione o cremazione del cadavere;
il divieto resta fino al passaggio in giudicato di una eventuale sentenza di assoluzione.
Si tratta di una misura cautelativa che evita che l'indagato possa prendere decisioni irreversibili prima della conclusione del processo.
La legge introduce anche una ulteriore garanzia: se è avviato un procedimento penale per uno dei delitti indicati, la cremazione del cadavere è vietata fino alla definizione del processo.
Il divieto dura:
fino al passaggio in giudicato della sentenza di condanna;
oppure fino alla pronuncia di una sentenza di proscioglimento.
Se il procedimento viene archiviato, la cremazione resta comunque vietata per tre anni, salvo diversa decisione motivata del giudice per le indagini preliminari.
La riforma disciplina anche un caso particolare.
Se la persona indagata è l'unico soggetto titolare della facoltà di disporre della salma e nessun altro richiede la restituzione del corpo, sarà il pubblico ministero a disporre la destinazione della salma secondo la normativa vigente.
In questo modo si evita che la gestione delle spoglie rimanga bloccata dall'assenza di altri familiari legittimati.
Con l'introduzione dell'art. 585-bis c.p., il legislatore interviene su un aspetto simbolicamente rilevante delle vicende di violenza domestica e familiare.
La nuova disciplina impedisce che l'autore del delitto possa continuare a esercitare prerogative familiari sulla vittima anche dopo la morte.
La norma si inserisce così nel più ampio percorso di rafforzamento delle tutele delle vittime e dei loro familiari nel sistema penale.
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