Chiodo fisso

Cap. 2 de "Il Chiodo" di Gianmaria Parrotta del 14/02/2026

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Continuiamo il viaggio nel racconto Il Chiodo di Gianmaria Parrotta con la pubblicazione del secondo capitolo.

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IL CHIODO

di Gianmaria Parrotta
 

Cap.  II - Chiodo fisso

Camminava avanti e indietro nella cella minuscola, due passi in un verso, due passi nell’altro. I due che ritrovò già dentro dormivano ancora, nelle loro brandine dello sgangherato e rugginoso letto a castello. Per lui non c’era un posto, ma come avrebbe potuto riposare? Pensava all’assurdità della situazione, certo, ma quel che pesava più nel suo cuore era tutt’altro: era sapere la sua casa abbandonata, piena di poliziotti che prendevano i suoi amati quadri, strappandoli dai muri, staccando a morsi i chiodini, i suoi amati chiodini, scelti soppesati uno a uno (e comprati, sì!, comprati, pagati dal primo all’ultimo), da quando era solo poco più che un bambino, aiutato dal padre, per l’orgoglio e la gioia della madre che li osservava amorevole scegliere le cornici, prendere le misure al millimetro per fissare i chiodi in poche, lievi, precise martellate, sistemare i quadretti, le foto, i ritratti, i suoi disegni accanto a dipinti costosissimi, vicino a vere e proprie croste, ma così affascinanti e così significative a loro dire, prese a qualche mercato di quartiere.

Camminava, inciampava: si sentiva premere addosso da quelle quattro pareti spoglie, sudicie, imbrattate solo di scritte e graffiti pornografici, e bestemmie, in tutte le lingue del mondo; nell’angolo più buio un cesso e un lavandino mezzi rotti in condizioni ripugnanti. Nonostante quei muri che, seppur sporchi, e in quella penombra, lo accecavano di bianco, sembravano stringerglisi addosso, schiacciarlo, imprigionarlo più delle sbarre alla finestrucola, della pesante e serrata porta verde di ferro arrugginita; nonostante a stento riuscisse a liberarsi da quella sua ossessione, dall’immagine vivida e straziante dei quadri e chiodini sparsi dappertutto per casa sua, devastata dalla polizia; nonostante tutto provò a riflettere, pensare meglio.

Di cosa lo stavano accusando, dunque? Camminava, rimuginava, quasi correva adesso dentro quella cella. Il furto con destrezza, aggravato aveva detto il commissario ma aggravato da cosa? Il furto di un chiodo, nientemeno? Un misero chiodo, manco fosse stato d’oro tutto incastonato di minuscoli diamanti! E anche fosse stato… Hanno le immagini? I testimoni? Ma quali immagini! Quali testimoni! Lui in quella Ferramenta non…

Ehi, la vuoi finire con questo casino? Fermo! Fermo ho detto, sta un po’ fermo, dannazione!

Si tirò su, il brutto ceffo, sbraitando minaccioso. Finì per svegliare anche l’altro sotto di lui, più mingherlino, anziano, i capelli bianchi, gli occhi scuri, il viso solcato da una distesa di rughe di ogni profondità.

E qui chi abbiamo? Un nuovo ospite? Bene bene…

Non ebbe il coraggio di dire niente, si fermò pietrificato all’improvviso. Tremò. Non li aveva considerati fino a quel momento. I due si alzarono, si avvicinarono, presero a squadrarlo.

Ehi, tranquillo, tranquillo…

Per cosa sei dentro, amico? Cosa hai fatto?

Io… niente! Sono innocente!

Risero di gusto a quelle sue parole, si sgomitarono un po’, gli dissero che non erano mica poliziotti, di non fare il bambino, che tutti quelli che entravano in quella gattabuia erano innocenti, lo giuravano fino alle lacrime e poi, poi venivano condannati. Come loro.

E è giusto così, sai? Si sta meglio dopo, ragazzo. Paghi. Cosa c’è di meglio che pagare per sentirsi più leggeri?

E giù ancora risate. Osservava quei denti spalancati marci di fronte a lui. Gli venne il voltastomaco ma pensò che da fuori, quello, doveva essere proprio un bel quadro grottesco, perfetto da appendere magari nella cantinetta, sopra al camino. Si distrasse, prese a pensare a quale sarebbe potuta essere la cornice più adatta, quali i chiodi più adeguati, forse quelli in rame, da barca: adorava i chiodi da barca.

Ascoltaci bene! Confessa! Non fare come noi che qui dentro ci finiremo i nostri giorni! Ah! Se avessi confessato forse oggi sarei già fuori di qui…

Ma col cavolo che saresti fuori, vecchio! Hai ammazzato i tuoi unici due figli!

Mi sono solo difeso!

Sì sì, vecchio. La solita solfa! Io forse fossi stato più furbo…

Furbo tu? Ma non farmi ridere! Hai una collezione di rapine, furti con scasso, e reati di ogni genere da vergognarsi guarda! Fino a quel rapimento…

Non l’ho rapita!

Ma come no, l’avevi solo presa in prestito! Giusto il tempo per…

E giù ancora risate, risate e tosse, risate e sputi. Doveva uscire presto, questo lui pensava guardandoli, ascoltandoli, annusandoli: doveva ristabilire il giusto ordine alle cose, trovare un avvocato, difendersi, chiarire tutto, prendersi anche delle scuse, chiedere magari pure i danni per quello che aveva subito, che stava patendo, per tutto quello che aveva combinato quel piccolo esercito in casa sua. Ma quelli ancora sghignazzando gli si rivolsero ancora.

Insomma! Cosa hai fatto, amico? O se preferisci: di cosa sei accusato?

Non si fidava di quelle due sagome, erano troppo insistenti: lo assalì persino il dubbio che fossero in combutta col commissario, che stessero provando a farlo confessare. Sarebbe rimasto sulle sue, poi avrebbe tagliato corto, ne aveva già abbastanza.

Be’, balbettò vergognandosi pure, cercando un modo meno ridicolo di dirlo, anche se non c’era. E Non trovò altro che farla semplice.

Di aver rubato un chiodo.

I due di fronte a lui smisero di ridere. Si fecero seri, cupi. Il più giovane masticava, l’anziano si portò le mani alla testa. La scosse lentamente. Si passò i capelli. Disse solo, voltandosi: Pensaci tu.

.....continua

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