
Continuiamo il viaggio nel racconto Il Chiodo di Gianmaria Parrotta con la pubblicazione del terzo capitolo.
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Si risvegliò a terra, esattamente sotto al lavandino, non c’era una parte del corpo che non gli dolesse. A stento riuscì a tirarsi su. Era bagnato, come se la fosse fatta addosso. Sul pavimento grigio, distinse una piccola pozza di sangue: il suo sangue. Accanto, una tazza di latta, una mezza bottiglia d’acqua rovesciata, e una vaschetta di quelle usa e getta da microonde. Dentro il contenitore argentato, una sbobba indefinita verdastra confezionata con un velo di pellicola trasparente tutta unta.
Lo avevano quasi ammazzato. Quei due bastardi! E pensare che aveva finto di perdere conoscenza al primo pugno che gli aveva fiondato il giovane, il sequestratore (e, se aveva capito bene, stupratore). Ci si era messo alla fine anche il vecchio a scalciarlo e mazzolarlo e sì, svenne, era svenuto per davvero, anche se non subito, non la smettevano più: aveva dubitato di uscirne vivo. Si rialzò tra dolori e fitte lancinanti. I due erano svegli ma fecero finta di niente, come lui neanche più esistesse: meglio così, pensò. Si tastò tutto, era ancora intero, con niente di rotto. Prese la tazza, andò alla porta e prese a sbatterla e a urlare.
Un avvocato! Voglio un avvocato! E un dottore! Un dottore! Un avvocato! Una telefonata! È un mio diritto! Un avvocato!
Si fermò. Si guardò alle spalle. I due si facevano gli affari loro, non si muovevano, neanche lo guardavano. Ricominciò a battere la tazza, a gridare fino a perdere la voce.
Non arrivò nessuno. Passarono i minuti, a decine, e lui sempre lì a battere, a sgolarsi, sempre più fioco, sempre più debole, dolorante.
Fu proprio quando, arreso, se ne tornò distrutto al suo angolo ai piedi del lavandino, che la porta si aprì. Due guardie gli intimarono di alzarsi. Lo ammanettarono e lo portarono via:
Il commissario ti vuole vedere. Cammina!
Attraversando i corridoi scarsamente illuminati, malandati, percepì la presenza di altri dietro le porte delle celle. Ebbe un moto di pietà per tutti loro, nella convinzione, o nel delirio, che i due lo portassero dal capo per farlo uscire, rimetterlo in libertà, e con questo ufficializzare l’errore con poche scuse ciancicate e vergogna ben dissimulata, neanche una stretta di mano e un bel saluto, fiero, scortese: tutto sarebbe finito così. Ma col cavolo, si diceva ancora Martino, col cavolo: se finisce per me inizia per voi, col cavolo che lascio perdere, pagherete, pagherete tutti, tutti!
Conosceva un avvocato, il figlio di un vecchio amico di famiglia, non proprio suo amico ma, quando aveva avuto qualche necessità, in passato mai si era tirato indietro a dargli una mano, una consulenza, a prestargli i suoi servizi in nome dell’affetto fraterno che era stato tra i loro genitori. Stava pensando a lui per quella sete di giustizia che adesso lo raddrizzava nella postura perfino, la camminata sciolta, sicura di sé; la certezza della sua innocenza che sarebbe stata presto dimostrata lo guidò per tutto il tragitto. Lo portarono e entrò fino all’ufficio del commissario, lo fecero rimanere in piedi là, di fronte alla sua scrivania: nel guardarlo fissamente, orgogliosamente precisamente dritto negli occhi, dovette ammettere a sé stesso che quel desiderio che si era impossessato di lui adesso, più che di giustizia, era invece di vendetta bella e buona, e spicciola: lo avrebbe preso a pugni, non fosse stato per quei ceppi dolenti ai polsi. Dovette, per forza, dominare la sua rabbia.
Giuliato, cattive notizie per lei!
Cattive?
Eh già, già… Abbiamo trovato il Chiodo! Ah!
Avete trovato…
Ebbe un mancamento. Si sentì come risucchiato in un’altra dimensione, esattamente quella dove si trovava: arrestato, ammanettato, di fronte a quello stronzo di commissario che godeva senza punto trattenersi della sua tragedia e che mentre lui cadeva, cadeva, precipitava in quel suo stato per lui inedito, inaspettato (non aveva preso mai neanche una multa in vita sua! Mai neppure una bolletta pagata anche solo con un giorno di ritardo! Niente!) di delinquente conclamato, quello da par suo tesseva le lodi della sua squadra di agenti che con indefessa (disse proprio così: indefessa) abnegazione e con l’ausilio insostituibile dei cani molecolari (che buffo nome, constatò Martino mentre la mente crollava, si rifugiava in pensieri come quello, lontani da lì: non siamo, in definitiva, tutti molecolari? e anche le cose, anche i chiodi…) aveva stanato (e disse pure così, sì: stanato, come stesse parlando di una volpe, o di un ladro qualsiasi nascosto chissà dove) finalmente dietro una rappresentazione di scarsa qualità artistica raffigurante una crocifissione di nostrosignorecristoggesù (lo pronunciò proprio così, con una certa qual voglia evidente ma trattenuta di bestemmiare) aveva estratto e analizzato e riconosciuto la refurtiva e, insomma, trovato il Chiodo.
Una crocifissione?
Una pessima crocifissione, esatto. Come la mettiamo, Giuliato?
Io non ho in casa mia opere religiose, men che meno una crocifissione!
Ah, riiniziamo? Ma la vuole finire? Comunque, se è così, peggio per lei. Il processo si farà per direttissima, tanto le dovevo! Riportatelo dentro!
Voglio un avvocato, devo fare una telefonata. E ho bisogno anche di un dottore!
Ma certo! Vuole anche un tè, Giuliato? Fatelo telefonare al suo legale e poi riportatelo in cella! Non lo voglio più vedere! Levatemelo dagli occhi, via!
.....continua
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