
Continuiamo il viaggio nel racconto Il Chiodo di Gianmaria Parrotta con la pubblicazione del terzo capitolo.
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La porta della galera emise un raglio, disumano. La prima volta che l’aveva varcata aveva creduto emettesse a quel modo il suo primo inappellabile giudizio, ma ci fece poco caso, non ci si soffermò che per qualche attimo, immerso in altri pensieri, ancora fiducioso in una risoluzione rapida di quell’equivoco. Ora gli sembrava di più, quel clangore metallico: una sentenza. Si chiuse e si pronunciò definitivamente, gemendo dietro di lui, rintoccando colpi secchi, profondi e rallentati, di cuore che si ferma. Lascia ogni speranza, gli diceva. Da qui non ne uscirai vivo, gli sussurrava.
C’era una gran confusione nelle celle: chi fischiava, chi applaudiva. Si affacciavano dalle grate, lo chiamavano, gli lanciavano baci di sdegno, sputi, offese di tutti i tipi. Le guardie lo condussero alle scale, lo sospinsero senza alcuna premura, con rabbia anzi. Due, tre, quattro rampe verso il sottosuolo di quell’inferno.
Ma dove mi portate? Non è la mia cella, qua!
Non ci torni con gli altri. Non ti vogliono. Lo hanno chiesto per primi i tuoi due amichetti… Poi… Poi la notizia è girata. Qui dentro, la calunnia è un venticello…
Risero, i due caronti straghettati, risero ma strinsero la morsa ai polsi, alle sue spalle. Lo spinsero ancora, che quasi cadde.
Come non ci torno? Cosa significa?
Vuoi essere ammazzato? Non ti è bastato? Guarda come sei ridotto! Ma non li hai visti? Non li senti?
Gli ululati, le grida, i colpi alle sbarre, le maleparole e gli insulti, le minacce e le promesse di morte rimbalzavano indistinte fino là sotto, in quella gola buia dove ora lo stavano conducendo. Una galera intera in rivolta contro di lui.
Non possiamo permetterci una sommossa. E neanche che ti ammazzino. Infila qui…
Ma io? Qui dentro da solo! Non ho fatto niente, io… No!
Infila qui e zitto!
Un calcio lo fece volare dentro. Poi un altro, e un altro ancora.
Andiamo, andiamo, Mica possiamo ammazzarlo noi, questo vigliacco!
Ah! Potessi invece!
Con le mie mani, sì. Lo so. Ma andiamo. Andiamo, basta.
Lo lasciarono così, a terra, piegato su sé stesso, rantolante. Un dolore lancinante al fondoschiena, esattamente dove aveva preso l’ultimo colpo, già a tappeto, accucciato in difesa, terrorizzato, inerme.
La vista annegata, annebbiata come la mente, Martino prese a guardare senza vedere, a pensare senza capire. L’accusa così ridicola, così infamante da essere il bersaglio dello schifo di ladri e stupratori e assassini. Lui così irreprensibile, per tutta la sua intera vita. Guardava alla finestrina spenta, alla grata buia, al cesso e alla sua branda spoglia, al fornetto bisunto, alla moka annerita; e alle pareti bianche luride che lo schiacciavano sempre più, al centro preciso di quella stanza striminzita. Lui che da sempre condannava senza appello chiunque, per un caso o per una precisa volontà, si ritrovasse anche appena al di là della legge, tutti quegli arroganti che se ne sentivano addirittura superiori. Guardava il soffitto che crollava sulla sua testa, e vedeva un chiodo, il Chiodo, piantarsi, penetrare le carni di un Cristo crocifisso. Guardò negli occhi quel Cristo: piangeva come lui, si disperava come lui, credeva a tutto tranne che a una resurrezione, a una salvezza, gridava di non voler morire. Solo di essere lasciato libero: non implorava, poveretto, nient’altro. Aveva la sua stessa bocca, i suoi zigomi pronunciati, la sua barba incolta, i suoi denti storti. La sua voce.
E sì era lui, era proprio lui quel Cristo, quel Cristo morale, moralizzatore, impalato e inchiodato che inveiva contro ladroni e puttane, contro tutti, ce l’aveva con chi faceva questo e con chi faceva quello, ne diceva peste e corna, non risparmiava nessuno: evasori, spacciatori, truffatori, rapinatori, violenti, pigri, rabbiosi, incontinenti, assassini, lussuriosi, spilorci, sodomiti, ipocriti, pettegoli, superbi.
Tu! Sei passato col rosso! – urlava – Hai giocato d’azzardo, hai scommesso, hai tradito, hai gettato una carta per strada! Hai fumato! – non si fermava più – Hai mentito! Hai dormito a lavoro! Hai disturbato il mio sonno! Mangi e bevi troppo! Perdi il tuo tempo! Non mi credi! Non sai di cosa parli! Non studi! Non mi ascolti! Non credi più a niente!
Hai rubato il Chiodo!
Era la sua voce: regnava il silenzio nella gattabuia, ma la sentiva. Si tirò su, seduto, dolorante. Si asciugò gli occhi, si soffiò il naso con un lembo della giacchetta.
Non ho rubato nessun chiodo! Non so di cosa parlate! E è solo un chiodo! Solo un chiodo! Uno stramaledettissimo chiodo!
Gli parve di sentirsi meglio.
.....continua
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