
Continuiamo il viaggio nel racconto Il Chiodo di Gianmaria Parrotta con la pubblicazione del nono capitolo.
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Dopo l’isolamento, erano passati altri dieci mesi. Aveva dovuto imparare a sopravvivere in quella galera, aveva imparato a difendersi, a parlare la stessa lingua di quelli lì con lui. Faceva ogni tanto piccoli lavoretti là all’interno, anche se veniva chiamato raramente e messo di servizio soprattutto in cucina. Il suo nome non lo ricordava più nessuno e per tutti, vecchi e nuovi arrivati in quel viavai di derelitti, e anche per le guardie, era diventato e era conosciuto solo e semplicemente come “Giuliano”, così lo chiamavano e a lui stava bene: gli bastava essere lasciato nella sua solitudine, e in pace.
In tutto quel tempo, nessuno lo aveva visitato, da fuori. Il mondo all’esterno lo aveva semplicemente scaricato. E, a lui, non importava niente.
Aveva imparato tra le altre cose anche e soprattutto a far fuggire la sua mente altrove, al di là di quei muri spogli, freddi, sporchi. Si inventava quadri immaginari da appendervi, cui dedicava tutte le sue attenzioni, nei quali si fissava immergendosi. Fingeva di piantarli con i chiodi del suo pensiero e loro restavano là, visibili a nessun altro che a lui. Chiuso, narcotizzato, risaliva solo a quel modo la scivolosa scala di dolore e di paure, di rimorso e di mortificazione dalla quale però inevitabilmente a ogni minima disattenzione ricadeva, a ogni passo incerto, a ogni gradino mancato; che lo tirava giù invece, sgambettandolo, lo inghiottiva viceversa in mille tormenti e facilmente fin dentro al suo sonno, dove si ritrovava indifeso, quelle volte in cui riusciva a prendere sonno e quando riusciva a starci, a riposare, a dormire per poche decine di minuti risvegliandosi in preda agli incubi, riavvolgendo tutte le volte fili e fili di pensieri sconclusionati, un gomitolo di torture che poi svolgeva provandolo come appiglio per l’ascesa ma che, annodandosi o strappandosi a ogni tentativo intorno alle ancorette, non fece altro che rivelarsi utile solo per condurlo miseramente a morbidi, molli propositi di suicidio. Fu così che, presto, stabilì che, tutta quella fantasia, non riusciva a bastargli più.
All’ennesimo delirio notturno, trovò la soluzione. Al mattino dopo, febbricitante ma lucido, concepì il suo piano come quello di un tentativo di evasione totale. Come in tanti là dentro, risolse così allora: anche lui avrebbe chiesto e ottenuto una piccola croce. Fu il primo passo.
Quando arrivò, scartò il pacchetto improvvisato con un foglio di carta paglia, stracciandolo. Prese in mano l’oggetto. Finalmente poté sfiorare, afferrare, toccare, passare e ripassare con un dito le venature visibili del legno. Una semplice croce di pochi grammi, la teneva in pugno, la soppesava, se la rigirava e rimirava. Nonostante fosse in quel momento completamente solo, si guardò furtivamente intorno. La sfiorò con le labbra. La baciò. Infine, la depose come un fiore nel suo angolo di cella. Dopo pochi giorni di contemplazione e raccoglimento, alzò la testa. Decise di osare.
Gli acconsentirono anche quello: una piccola bibbia, in formato tascabile, un breviario di preghiere: questo aveva richiesto. Leggeva e studiava, mandava a memoria, la sua mente e il suo spirito si innalzavano, alleviando il suo dolore. Quando si sentì pronto, infine, compì il passo decisivo, diritto al suo obiettivo. E domandò che gli fosse concesso un quadretto, una piccola icona del Cristo agonizzante: come da regolamento nessun chiodo a sostenerlo, solo la sua improvvisa e così trovata, ma ferrea, fede.
Poté così innalzare nella sua cella, con l’immagine sacra incastrata e fissata all’angolo, accanto la croce come per un puntello, di fronte a terra il breviario e la bibbia che apriva a caso e leggeva per poche righe alla volta, un altarino al quale si prostrava in ginocchio per buona parte della giornata, sussurrando una giaculatoria senza fine dell’Atto di Dolore, che scelse tra tutte le orazioni memorizzate, per scontare la sua colpa scellerata.
Mi pento e mi dolgo per i miei reati…
Si confondeva ogni tanto nella sua supplica, Martino. Si interrompeva contrariato, si spiegava col suo Signore, chiariva tutto nella sua mente, e ricominciava.
In questa pena, mio Dio, tu hai permesso che scoprissi finalmente che sono un povero peccatore! Io al tuo cospetto mi spoglio della mia superbia! E la mia anima così nuda e imperfetta vede adesso nel tuo perdono la luce della salvezza eterna! Mi pento e mi dolgo per i miei peccati…
Ma il Cristo si rivelò sprezzante, per niente assolutorio: gli rivolse solo una smorfia di disgusto. Lui ne rimase mortificato.
Mio Signore merito i trent’anni! Merito il tuo castigo! Perché ho offeso te e non volevo! Non volevo Dio mio!
La risposta che ebbe fu silenzio, il silenzio degli abissi, delle profondità della terra, dell’universo profondo e insondabile, il silenzio più assoluto. Il Cristo si rigirò e abbassò la testa nel suo martirio, come per evitarlo. Mai più parlò. Se ne stava lì, soffrendo crocifisso, inchiodato, straziato, sopportandolo; se ne stava lì e basta. Martino interrompeva le sue preghiere, talvolta sdegnato.
Perché non rispondi, Cristo di Dio? Non aggiungere questa pena alla mia pena, non aggiungere tutto questo, o io non riesco! Non farmelo, Cristo santo! Dammi un segno, Dio buono! Solo un segno!
Altre volte, invece, concedeva la comprensione al Dio.
Mio Signore, ho capito e mi dolgo della mia stupidità, della mia piccolezza, e te ne chiedo nuovamente perdono. Questa è la vera fede! Questo il suo significato! Grazie! Io lo percepisco grazie al tuo santo aiuto! Io solo ora vedo la luce, la beatitudine!
Fu così che, tra le quattro mura della sua prigione, la sua contrizione non ebbe termine e, in breve, divenne il suo unico scopo, il solo senso della sua vita imprigionata.
.....continua