
Continuiamo il viaggio nel racconto Il Chiodo di Gianmaria Parrotta con la pubblicazione del decimo capitolo.
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Mio Signore, mi pento e mi dolgo dei miei peccati, del mio reato, peccato originale.
Silenzio.
Beato me, Dio mio! A me spetta il Regno dei cieli!
Silenzio. Ancora silenzio. Succedeva che talvolta si lasciasse sopraffare dall’ira, salvo poi dolersene e pentirsene amaramente in preghiera per giorni. Quella mattina però perse la testa. Prese a gridare, a inveire.
Ma Cristo Santo! Dio buono! Per la Madonna, Cristo di Dio! Maledizione! Ma cosa ti costa? Cosa? Dammi un segno! Batti un colpo! Parlami, accidenti a te, cosa stai lì a non fare un bel nulla? Dammi un segno!
I chiavistelli della cella girarono rumorosamente. Il Cristo alzò la testa. La porta strillò un cigolio infernale, fu aperta, sbattuta, la piccola croce di legno cadde lieve di fronte a lui inginocchiato. Il Redentore, dal quadretto, sorrise a denti digrignati, gli occhi spalancati, iniettati di sangue, infuocati. Parlò. Sibilò. Disse soltanto:
Colpevole!
Due guardie entrarono scalciando nella cella. I tre compagni di Martino, che ormai avevano imparato – pur di non averci niente a che fare – a tollerarne e ignorarne le bizzarrie, quei sussurri di preghiera, gli accessi di rabbia, si tirarono su dalle loro brandine stralunati.
Giuliato, oggi è il tuo giorno fortunato…
Si alzò, li squadrò con aria interrogativa.
Le comunichiamo formalmente l’ordine esecutivo di scarcerazione nei suoi confronti emesso dal Magistrato competente.
Ma… ma cosa significa?
Giuliano, sei libero: è stata disposta la scarcerazione, ti fanno uscire. Raccogli le tue cose e seguici. Vediamo di non perdere altro tempo.
Ma come sarebbe? Io non capisco.
Noi eseguiamo soltanto degli ordini.
Martino cercò lo sguardo degli altri detenuti, che lo evitarono ributtandosi sui propri lettini, rigirandosi di schiena. Si chinò. Rifletté per qualche attimo poi afferrò il quadro e, come un automa si lasciò condurre dai due agenti della Giudiziaria.
Dopo pochi passi, nel corridoio scoppiò una bolgia. Urla e strepiti, offese, era la stessa scena di quando era entrato. Avanzava a fatica, il sudore che gli colava dalla schiena fino alle natiche appiccicandolo. Beato me!, si ripeteva, Beato me! Nessuna pietà per quelle bestie rabbiose di là dalle sbarre.
Lo fecero accomodare in una stanzetta. Gli dissero che avrebbero sbrigato poche formalità, di attendere. Lentamente, si calmò. Incredulo come era, senza alcuna spiegazione da parte di nessuno, ogni suo ragionamento si scontrava con il suo esatto contrario. Allora, esausto, provò a non pensare. Nemmeno pregò.
Lo chiamarono finalmente. Senza neppure guardarlo gli passarono i suoi effetti personali. Si commosse a rivedere quei poveri indumenti, il pigiama e la giacca che indossava la mattina di oltre un anno prima. Poco più di un anno, pensò, eppure sembra una vita fa. Prese i vestiti: erano freddi, umidi. La memoria fuggì verso un ricordo che aveva sepolto: lui che prepara l’abito per il feretro di suo padre. Tastò le tasche della giacca: portafogli, chiavi, c’era tutto.
Ma perché?
Perché, cosa?
Perché mi rilasciate?
Perché così ci hanno detto di fare. Deve parlare col suo avvocato. Comunque, per quel che ne sappiamo noi, per proscioglimento. Ora ci segua.
Prosciogl…?
Lo trascinarono via. Ancora corridoi, serrature che giravano, porte che si aprivano. Fino al cortile esterno. Il cancello si mosse, si schiuse in un ronzio elettrico. Lo lasciarono lì. Non lo salutarono nemmeno. Improvvisamente, quasi di fretta, era fuori.
Indossò la giacca: l’aria era gelida, e tirava vento di tramontana. Da lì a casa sua a piedi ci avrebbe messo almeno un’ora, forse di più. Si incamminò. Respirava placido adesso, i polmoni aperti. Si godette i rumori del traffico, il canto degli uccellini sul viale alberato. Beato me!, accelerò il passo, Beato me! Qualunque fosse stato il motivo, adesso era libero.
.....continua