Colpevole

Cap. 7 de "Il Chiodo" di Gianmaria Parrotta del 21/03/2026

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Continuiamo il viaggio nel racconto Il Chiodo di Gianmaria Parrotta con la pubblicazione del sesto capitolo.

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IL CHIODO

di Gianmaria Parrotta
 

Cap.  VII - Colpevole

Giuliato… posso chiamarla Martino?

Presidente, è inammissibile!

E va bene, va bene avvocato! Signor Giuliato… Signore!… Ha sentito? Lei è stato riconosciuto da tutti come autore del furto… Come la mettiamo? L’Hanno indicata, l’hanno riconosciuta… Cosa ci faceva quel giorno in quella ferramenta?

Io… io quel giorno non c’ero in quella ferramenta!

Sì, lo ha sostenuto anche in sede di indagine e interrogatorio… Ma lei lo conosce o no quel negozio? È vero, come dichiarato dal proprietario, il teste come si chiama… ah sì dal Garibaldi, che lei è cliente abituale?

Mah, abituale…

Risponda sì o no, signor Giuliato!

No, abituale no. Ci sono stato qualche volta, sì.

Ah, lo ammette! E secondo lei il Garibaldi, che evidentemente la conosce, la conosce bene, può sbagliarsi nell’indicarla come reo?

Io non lo so… Ci deve essere una spiegazione. Questo è solo un madornale… malinteso.

Senta, Giuliato, mi faccia capire una cosa. Cosa ci andava a comprare in quella ferramenta? Ci ha comprato mai una scala? Un trapano? Un cacciavite forse? Colle? Pitture?

No. Niente di tutto questo…

E cosa, quindi?

I…

Risponda alla domanda!

Chiodi… Chiodi per i miei quadri.

Il Pubblico Ministero gli si avvicinò a grandi falcate, chiedendogli di ripetere, di alzare la voce, che non era riuscito a sentire. E lui, che prima aveva effettivamente risposto in un sospiro, non poté che ribadire questa volta a voce alta, ma rotta, urlando, portandosi le mani al volto, già sconfitto dalla vergogna, paonazzo, stringendo gli occhi, gesticolando, mostrando nella furia i pugni al suo accusatore.

Chiodi per i miei quadri! Solo quelli! Li ho comprati! Tutti! Pagati! Dal primo all’ultimo! Chiodi! Io non… Io non ho mai visto in vita mia neanche quel quadro con quel Cristo, figuriamoci il chiodo!

Il Giudice dovette richiamare tutti: da Martino, chiedendogli rispetto, al Pubblico Ministero, a tutto il pubblico che aveva fischiato e applaudito alla sua replica gridata.

Guardi, signore… Ora si rilassi, eh? Sono giornatacce, io la capisco. Cerchiamo di aiutare un po’ la sua memoria, che ne dice?

La mia memoria funziona beniss…

Signor Presidente, chiedo che venga esibito all’imputato, e alla Corte, il filmato inventariato agli atti come prova A.

In sala, col consenso del Giudice, furono abbassate le luci, e si illuminò un grande televisore appeso a una colonna da una parte dell’aula. Alle prime immagini, Martino prese a grattarsi gli occhi, la fronte, a strizzarsi il naso. Era proprio lui il protagonista di quel video. Era lui in quella ferramenta quel giorno (la data e l’ora erano sovraimpresse ai filmati delle telecamere di sicurezza della sorveglianza del locale) che si aggirava tra gli scaffali. Lui che, senza alcuna logica, passava dal reparto idraulica a quello elettricità; che in un altro settore dapprima valutava attentamente la solidità di un rastrello, poi da un’altra parte ancora prendeva le misure a un mobile da bagno in esposizione. Era quindi proprio lui, nessun altro che lui che aspettava di esser solo in un altro corridoio, davanti all’espositore di viti e chiodi; che si guardava furtivamente intorno, nervoso, nervosissimo; che si osservava a destra, a sinistra, alle spalle; e che poi in uno scatto apriva una confezione strappandone la pellicola con le unghie. Senza alcuna ombra di dubbio era lui, riconoscibilissimo nei fotogrammi nitidi, che estraeva con delicatezza commovente il Chiodo e se lo infilava (con amore) in tasca. Era lui che fuggiva infine dalla porta, inseguito dopo una manciata di secondi di impasse da una piccola folla furibonda.

Si riaccendono le luci. Silenzio. Tutti lo fissano. Qualcuno sorride. E per la prima volta Martino, guarda, vede, valuta: cambia prospettiva. È dentro quel quadro, lui l’unico chiodo che lo regge. Si sente staccarsi, cadere.

Alle spalle della Corte una scritta gli dichiara che la Legge è uguale per tutti. Si chiede cosa sia questa Legge, in cosa consista questa sua uguaglianza, e quale ne sia l’obiettivo, se davvero possa essere la Giustizia – del resto l’edificio monumentale in cui si trovano si chiama proprio così, di Giustizia, Palazzo di Giustizia – sempre che esista una Giustizia a questo mondo, e poi quale Giustizia e di chi, e per cosa; quale Giustizia nello specifico adesso per esempio poteva esserci per lui, e per chiunque come lui, che non sapeva e non aveva capito, non conosceva che per sentito dire quella Legge che disponeva sul furto di chiodi, e mai ne aveva analizzato i dettagli, la gravità che attribuiva a quello che lui fino a quel momento aveva considerato niente più che uno sbaglio, una leggerezza, un errore veniale, una debolezza. Ma se la Legge dice quel che dice è perché così è stata scritta, e un motivo ci sarà. Si soffia il naso. Scruta tutti. Gli sembrano tutti brave persone. Dal Giudice Presidente all’intera Corte fino all’ultimo degli uscieri, dallo stenotipista al Pubblico Ministero, tutti del pubblico, i carabinieri, e anche quel povero diavolo del suo difensore d’ufficio, tutti, non sarebbero capaci di poter far male a una mosca. E allora, se questa brava gente, fa tutto questo scandalo per questo Chiodo rubato, probabilmente lo scandalo esiste, e sono io quello sbagliato, che sbaglia, che continua a negare quel che è palese, è scritto, è sulla bocca, negli sguardi di tutti.

È lui quello là nel filmato, senza ombra di dubbio. Come è possibile non lo sa, e prova a spiegarselo, a dirselo: e pensa Martino, rimugina. Sa che oggigiorno ci sono tecnologie che rendono i video, e le foto, senza il loro stesso senso. Perché tutto può essere creato e distorto, falsato totalmente, da intelligenze – così le chiamano – artificiali, applicazioni grafiche, computer potentissimi e senza controllo. Sì, si dice, quello sono io, anche se un avvocato minimamente degno lo contesterebbe senza neppure aspettare che un video qualsiasi sia proiettato in un’aula di tribunale, appellandosi alla fine della civiltà delle immagini, della loro dittatura, prive come sono oramai di verità, sottratta e sopravanzata (proprio, ironia della sorte, a colpi di immagini) dal virtuale, dalla truffa visualizzata: nessuno può credere più, in quest’epoca, ai propri occhi. Se non vedo non credo si diceva una volta, diceva quel santo Tommaso: ora dobbiamo tutti dire: se vedo, e proprio perché vedo, io non credo. Ma l’avvocato è fermo là di fronte a lui. Lo ha già condannato d’ufficio. Figuriamoci se tira fuori una trovata del genere. E lui da solo non può farlo, non ci pensa neanche.

Del resto, tutti quei testimoni. Gli stessi che compaiono nella registrazione, nel tentativo tardivo di acciuffarlo. Tutti quei testimoni che interesse avrebbero a dichiarare quello che invece possono dire i pochi fotogrammi del filmato, ovvero il falso? Deve pensare di essere lui. Anzi lo pensa: quello è lui. È lui Il ladro. La condanna che gli ciondola a falce sulla testa, che è garantita fin dall’inizio e che a breve gli sta per arrivare, è quindi giusta, Giustizia sarà fatta infine. Visto, Martino?

Ma lui non ricorda. Pensa a cosa ha fatto quel giorno qualsiasi della sua vita qualunque, ma non ricorda. Era un giorno come un altro: come potrebbe ricordare? Prova a sforzarsi, a ripensare. Qualcuno può avermi drogato? Forse sono stato…? Oppure… Oppure sono malato, sono un povero malato cleptomane magari, o ancor peggio, un malato che soffre di pesanti amnesie, un malato di malattia grave. Se me lo riconoscessero potrei sperare in delle attenuanti, forse?

Il Pubblico Ministero: lo sente ma non lo ascolta; sì, sente la sua voce ma è lontana, e lui è immerso in quelli e altri mille pensieri. Gli sta chiedendo qualcosa ma lui è assorto. Il filmato, sì, deve essere falso. I testimoni si saranno messi d’accordo per incastrarmi, anzi no, già: per inchiodarmi. Li avranno pagati. Come ho fatto a non pensarci: corrotti, ecco cosa sono. Il reato, andiamo: il furto di un chiodo da dieci centesimi! Ma chi l’ha scritta questa bestialità di Legge? E va a tutti bene? In che società ci ritroviamo? Come ci siamo arrivati? Che razza di mondo è, questo?

Il Procuratore lo chiama, lo chiama e alza la voce, Signor Giuliato! Signor Giuliato! Sì, quest’uomo ha il viso buono, tutti i testimoni e questi, qui davanti, i miei giudici, sono brave donne, bravi uomini, sicuramente saranno ottimi figli o genitori di buone famiglie, grandi lavoratori. Il Cristo della Crocifissione è imbustato, abbandonato su una panca con l’unica altra prova fisica, il Chiodo, ma lo accusa a gran voce.

Hai mentito! Hai rubato il Chiodo!

Signor Giuliato! Signor Giuliato mi vuole rispondere? Che ha? Si sente male? Signor Presidente, la prego!

Hai rubato! Hai rubato! Non mi ascolti! Non ricordi! Non credi più a niente!

Signor Giuliato, vuole rispondere? Vuole avvalersi del suo diritto a rimanere in silenzio? Giuliato?

Hai rubato il Chiodo! Hai rubato il Chiodo! Tu!

Imputato! Signor Giuliato!

Hai rubato! Hai rubato!

.....continua

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