
Continuiamo il viaggio nel racconto Il Chiodo di Gianmaria Parrotta con la pubblicazione del sesto capitolo.
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Cosa aveva fatto? Come aveva potuto? Le voci si smorzano nella sua testa in un ronzio indistinto, cieco, gli risalgono agli occhi, una intonacatura bianca e opaca di fronte a sé, la parete crepata della sua memoria. Le parole dei testimoni lo martellano, lo piantano a quelle mura nude.
Nella sua mente ricompone ricordi, immagini, profumi, sensazioni. Si osserva. Riavvolge avanti e indietro il video che lo immortala. Ricorda adesso, sì, ne è convinto. È quella la verità, non ne esiste un’altra. È lui che taglia con le unghie la confezione. Che sceglie, estrae con cura il suo chiodo. Lo sente freddo, liscio, perfetto tra le dita. Esulta, dentro di sé, di non dover essere costretto di chiedere di vederli da quelli in esposizione, sciolti, tutti quei chiodini liberi inutilizzati ancora, soppesarli uno a uno, teneramente, sotto lo sguardo spazientito del commesso di turno, magari proprio del proprietario, dover sorbirsi la voce di questo, infastidita, sarcastica a fargli il conto, dieci o venti centesimi a volta, sentirlo chiedergli provocatoriamente, mentre sorride e lancia sguardate agli sconosciuti intorno, se intende pagare in contanti.
È lui che scappa, ma cosa fa? Se ne rende conto benissimo. Ha il fiato spezzato, mentre affretta il passo verso l’uscita, infilandosi in tasca la mano sudata, stringendo il Chiodo, il Corpo del Reato che sussulta: gli si conficca nel palmo. Spalanca la porta e corre. Come un ladro perché è lui il ladro: felice, ribelle, contento come un bambino di avergliela fatta, non essersi sottoposto nuovamente a quell’orrore di rassegna, gogna, vergogna, nudo di fronte a chiunque, stranieri, ottusi. Nessuno lo può capire.
Presidente, vorrei fare una dichiarazione.
Così aveva smorzato tutte le voci, dentro la sua mente e fuori. Tutti gli si erano rivolti, sbigottiti. Il Pubblico Ministero sorrise, forse aveva già capito.
Certo signor Giuliato, prego: siamo tutt’orecchi…
Sono stato io.
Come signor Giuliato? Ma se fino a poco fa ci ha detto che neppure si trovava in quella ferramenta!
Mi… Mi sono sbagliato. Mi dispiace. Chiedo… Chiedo perdono. A tutti. Non ricordavo, io…
Ah! Lei non ricordava? E come si può, ci spieghi, come si può dimenticare – come fosse niente! – di un fatto, di un’azione così grave?
Io non lo so! Forse sono malato…
Lei? No signor Giuliato, lei è un bugiardo! Solo un bugiardo! Ha mentito fin dal primo istante, sapendo bene di farlo!
Sì, è così. Mi dispiace, mi dispiace, chiedo scusa… Io…
Lei cosa?
Io mi vergogno… Io…
Basta così. Si guardi intorno. Crede che adesso ce ne facciamo qualcosa tutti noi delle sue scuse, della sua vergogna? Non ci fa pena, signor Giuliato. La Legge è la Legge. Io Presidente, non ho altro da aggiungere. Ho finito!
La Corte si ritirò. Lui si accasciò nella gabbia, osservato da tutti. Il suo difensore gli venne a bisbigliare qualcosa. Avrebbe voluto invece solo essere lasciato in pace.
Ma dico ma è impazzito? Ora non ce ne facciamo niente della sua ammissione! Prima serviva! Prima!
Mi sono ricordato solo adesso!
Qui noi rischiamo il massimo della pena!
Non importa.
Non le importa? Mica crederà adesso di poter chiedere…
Non chiedo niente. Sono stato io. È giusto che paghi. Le chiedo scusa…
Ma Giuliato, lei…
Rientrò la Corte, la sentenza fu emessa, letta freddamente dal giudice Presidente che sancì, ai sensi di innumerevoli leggi e commi, la sua piena colpevolezza riconosciuta all’unanimità dei giudici tutti. La pena era di trent’anni. Alla fine della lettura scrosciò un applauso che di nuovo, quel brav’uomo del Presidente smorzò sul nascere: gli aveva pure concesso, a tutela della sua persona, anche tre mesi di isolamento: in cuor suo Martino – che già temeva rappresaglie e violenze di ogni tipo da parte degli altri carcerati – lo ringraziò.
Quando si alzò dal suo scranno per essere condotto dalle guardie fuori dall’aula non sentì niente, forse un poco di sollievo. Alzò la testa. Incrociò il suo sguardo con quello colmo di disprezzo e odio di un vecchio, canuto, tarchiato, barba incolta, lì all’impiedi: gli fece un cenno col pollice a mo di taglierino sotto la gola e sillabò, senza parlare ma in modo che egli potesse leggere bene il labiale:
Sei un bastardo!
.....continua