
Continuiamo il viaggio nel racconto Il Chiodo di Gianmaria Parrotta con la pubblicazione del sesto capitolo.
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Passarono i giorni (quanti?) e le notti (ognuna identica alla precedente: cieca, sorda, insonne, infinita). In tutto quel tempo non aveva scambiato che qualche parola con le guardie che gli portavano acqua e cibo. Una volta venne a presentarsi, in tutta fretta, il suo difensore d’ufficio che, mantenendo un tono del tutto professionale, senza un minimo di comprensione, nascondendo a stento e male il proprio disagio e fastidio, si occupò solo di comunicargli la data del processo per direttissima, invitandolo ma senza insistere di dichiararsi colpevole e ammettere il delitto di cui era, con tanto di prove e testimonianze a suffragare l’accusa, imputato. Gli avrebbe così permesso pure di chiedere un patteggiamento, un rito abbreviato: glielo chiedeva, disse, nel suo interesse.
Avvocato. Io non ho fatto niente. Non posso dichiarare quello che non sono! Io sono innocente, mi creda! E il reato… il reato è risibile!
Ah! Come vuole! Ci vediamo in tribunale.
Arrivò la mattina del processo. Fu buttato in un’auto grigia e condotto al palazzo di Giustizia. Quando arrivarono e uscì alla luce, per un momento respirò a pieni polmoni, si godette sulla pelle il tepore di un sole pallido, mezzo nascosto tra le nubi alte nel cielo. Subito però venne travolto da una folla inferocita di giornalisti e gente comune, che lo chiamavano, lo insultavano, e gli chiedevano. Qualcosa lo colpì alla testa. I poliziotti, prontamente (non avevano aspettato altro che potesse godersi per un po’ quell’accoglienza, così gli parve) lo avvolsero in una coperta e lo portarono via di corsa sulle scale, fin dentro l’edificio, come da loro dovere. Nel breve tragitto fu centrato ancora da quella raffica, ma non sentì alcun dolore. Nemmeno le domande, che echeggiavano fin dentro all’ingresso, lo ferirono.
Perché lo ha fatto? Non si vergogna? Ha agito da solo?
Aveva assistito, per caso, aveva distrattamente visto in vita sua, e ne ricordava piuttosto bene i dettagli, le immagini di celebri processi a mafiosi, pedofili, mostri seriali, uxoricidi, infanticidi, terroristi, stragisti, politici corrotti, e così via. Si ritrovò al loro posto. Dentro una gabbia ammanettato, dietro alla postazione del suo avvocato, di fronte a una piccola folla di ammessi allo show, a un allestimento di luci e telecamere da set cinematografico.
La gogna pubblica, o mediatica, non lo impressionava affatto. Non lo impressionava tutta quella gente lì per lui, né i Carabinieri, le Guardie, niente. Ma alla pomposa entrata della Corte in aula (otto persone in tutto che dovevano decidere della sua vita) si irrigidì e fu invaso dal desiderio caldo di tornare per sempre alla sua cella, alla sua solitudine, a un ergastolo, ovunque pur di non essere lì. Per qualche secondo perse la vista, un ronzio gli scoppiò nella testa. Fu per questo che quell’uomo, il Cancelliere, lo dovette chiamare due volte.
L’imputato si alzi! Il Tribunale è aperto!
Mi scusi, signore.
Uno dei due giudici togati, gli si rivolse con lo sguardo sprofondato nelle sue carte.
Lei è Giuliato Martino? Nato a xxxx il xxxx?
Sì, signore.
Lei è accusato di avere, in data 25 novembre corrente anno all’ora indicativa diciassette e quarantasette, sottratto con destrezza presso attività di Ferramenta ubicata in xxx via xxx numero civico xxx un Chiodo (pausa) di sessanta millimetri di lunghezza, reato di cui alle leggi xxx e yyy ai numeri xxx e yyy del Codice Tal dei Tali con le aggravanti della premeditazione ai sensi dell’articolo xxx, comma yyy, numero zzz. Ha capito di cosa viene accusato?
Fissò il vuoto. Avrebbe voluto dire no, non capisco, non capisco veramente, non capisco niente e nessuno di voi, non so cosa ci faccio qui, non ho fatto niente e non comprendo l’incubo dove mi avete infilato, non comprendo veramente tutto questo clamore anche fossi colpevole, per un misero chiodo! Ma rispose solo:
Sì.
In base alle accuse formulate come si è dichiarato l’imputato?
Il mio assistito si dichiara non colpevole, Presidente!
Sguardo basso, voce tremante, il suo difensore (cosìddetto) intervenne come se nel dichiarare lui innocente al contempo avesse dovuto ammettere invece la colpa sua di avvocato (per quanto d’ufficio) patrocinante di un reo non-confesso ma colpevole invece, colpevolissimo, che voleva passare per ciò che non era senza che lui fosse riuscito a farci niente.
La folla rumoreggiò, il Giudice richiamò tutti all’ordine e fece pure un discorsetto, che non avrebbe tollerato ulteriormente quell’atteggiamento da parte degli astanti. Martino provò, così, simpatia per quell’uomo, dallo sguardo serio ma comprensivo, che a prima vista non pareva altro che un bonaccione, un attore travestito da boia però, almeno in quel caso, nel suo caso. Si commiserò dalla prospettiva della sua piccola testa ghigliottinata già rotolata, che lo fissava incredula da terra. Fu certo che quella non fosse altro che una farsa, una formalità dall’esito già scritto, scontato.
Infatti, il procedimento andò avanti, secondo copione. Il Pubblico Ministero, dal suo baldacchino, fece la sua parte a favore di telecamere e di quel pubblico delle grandi occasioni: tutto sorrisi ironici, di biasimo, tutto un gesticolare, un puntargli l’indice addosso a Martino; un vero istrione dalle cui labbra tutti pendevano, per poco non ci si ritrovò anche egli stesso affascinato e appeso, sempre più frastornato.
Si andò avanti per giorni, si ascoltarono i testimoni, una sfilza di testi impressionante – quanto doveva essere affollata quella Ferramenta di periferia, quel maledetto 25 novembre? – tutti sicurissimi che fosse proprio lui, l’imputato seduto nella gabbia, il Giuliato Martino, il losco figuro (si comportava stranamente, vagava come senza meta tra gli scaffali) presente sul luogo del delitto che sì, aveva sottratto il Chiodo (esibito come prova alla lettera C, e riconosciuto da ognuno) uscendosene (praticamente scappando) in tutta fretta dal negozio senza che loro, increduli e scandalizzati, impietriti letteralmente, avessero il tempo di reagire, di chiamare aiuto, dare l’allarme, gridare al ladro, inseguirlo e acciuffarlo e, da bravi e vigili e onesti cittadini, chiamare finalmente le forze dell’ordine.
Toccò anche al commissario testimoniare. Più che una testimonianza fu una esibizione di vanagloria, tutto un pavoneggiarsi per la brillante operazione prontamente (da lui) coordinata, tutto un vantarsi di aver chiuso in tempi così stretti la perquisizione, brancolando nella casa (onestamente, disse, ne ho visti pochi, ma quella casa aveva attaccati alle pareti più quadri di un museo, una quantità impressionante che ci ha messo inizialmente in difficoltà) fino a quando lo avevano trovato (servito, spiegò, per appendere quadro rappresentante crocifissione – repertata come prova B, intervenne il Pubblico Ministero esibendola – di alcun valore artistico) il Chiodo, la refurtiva, ben piantato nella parete di una stanza dell’enorme abitazione (una villa di lusso, giudicò il commissario, certo risente un po’ degli anni, andrebbe rimessa, andava manutenuta con più cura), e più precisamente nella ampia mansarda.
Infine, toccò a lui. Venne chiamato dal Pubblico Ministero: gli chiese, da formula, se fosse disponibile o meno a rispondere a alcune domande e, a un cenno del suo avvocato, lui accolse la richiesta. Lì per lì se ne sentì sollevato: posso dire la mia, pensava; chiariremo tutto, si disse. Ma quando fu portato al tavolo dei testimoni, nel centro della scena, sentì al collo il fiato fetido di ciascuno degli spettatori alle sue spalle, le pareti dell’aula stringerglisi addosso: iniziò a sudare, gli mancò il respiro, fu accecato per qualche secondo dalle luci sparate della televisione. Niente si mosse, non successe nulla per un bel po’ di tempo, lasciandolo inerme e sempre più debole su quella graticola mano a mano che passavano i minuti. Avanti a sé aveva un microfono (doveva parlare dentro quell’aggeggio), di fronte l’intera Corte che lo soppesava, il Cancelliere impettito che scuoteva impercettibilmente la testa, accanto a lui il fonico stenotipista: l’unico in tutta la sala che non lo degnava neanche di uno sguardo.
.....continua
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