Un’illusione

Cap. 14 e 15 de "Il Chiodo" di Gianmaria Parrotta del 08/05/2026

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Concludiamo il viaggio nel racconto Il Chiodo di Gianmaria Parrotta con la pubblicazione degli ultimi due capitoli.

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IL CHIODO

di Gianmaria Parrotta
 

Cap.  XIV - Un’illusione

Verso casa, finalmente. Si decise senza indugiare ancora. La rabbia era diventata impotenza. La sete di vendetta, assorbita a ogni passo dalla fatica, si tramutò in stanchezza, un sonno da girargli la testa.

Per strada, dopo un poco ci fece caso, le persone lo scansavano, cambiavano marciapiede piuttosto di doverlo incrociare, le donne si stringevano alle borsette, ai figli piccoli, tutti abbassavano lo sguardo e acceleravano.

Dalle vetrine, i negozianti lo seguivano torvi con lo sguardo, stavano attenti a ogni suo movimento, a ogni gesto: avevano tutti il viso pallido e l’espressione di sdegno del Garibaldi, il proprietario della ferramenta.

Quando il peso gli fu intollerabile, afferrò il quadretto col Cristo e fece per gettarlo in un cestino. Ci ripensò un momento e si pentì di non averlo invece regalato alla barista che con lui era stata tanto gentile, stava per tornare indietro. Poi lo buttò, d’improvviso alleggerendosi: tanto, lo è stata solo perché non mi ha riconosciuto.

Svoltò nel suo quartiere. Uno dei suoi vicini, con i quali non aveva mai scambiato niente più che un saluto, buongiorno e buonasera, quando lo vide dalla soglia di casa si catapultò dentro: sentì distintamente i giri di chiave di quello, ritornò con la mente alla prigione e alla sua porta che si serrava.

La villetta, la sua abitazione – casa! casa mia! – era più grande di quel che ricordava. Dovette fare una certa forza, spingendo il cancellino che dava sul giardino: erbacce e rovi ne impedivano l’apertura. Si addentrò nel giardino, e con un brivido ricordò la seccatura e la noia che provava ogni volta che doveva tagliare quella distesa di erba, curare le piante: dette un’occhiata al capanno degli attrezzi con la nausea alla gola.

Sul portone c’era ancora un foglio ingiallito dove si leggeva Immobile posto sotto sequestro. Lo strappò via.

In casa cercò la luce, ma non si accese. Si precipitò al termostato per accendere il riscaldamento, inciampando tra i quadri a terra, pestando chiodini, imprecando, tremando. Fu inutile, tutte le utenze evidentemente erano state staccate. Spalancò le finestre del piano terra, illuminando poco a poco quel disastro. Tutti i suoi dipinti, le foto, i ricordi, strappati dalle pareti. I chiodi estirpati avevano lasciato buchi nell’intonaco, sembrava il muro di un tiro a bersaglio, mitragliato come per una guerra.

Si fermò. Era nel grande salone.

Potrei rimettere tutto in ordine, e fare come se tutto questo non fosse mai stato. Ma mi hanno tolto tutto, anche questa illusione. Non posso più nascondermi.

Si avventò sui pochi quadri ancora appesi e li cominciò a staccare con le mani, spaccandoli a terra, a cavare i chiodi con le dita, ferendosi, sanguinando, in un impeto quieto, silenzioso, lucido.

Quando ebbe liberata quella parete, la stanchezza gli ammollò le gambe, gli appesantì le braccia doloranti, il sonno gli salì di nuovo alla testa in un capogiro.

Si tolse la giacca e la gettò senza guardare, in bilico sul bracciolo di un vecchio divano. Si buttò pesantemente su una poltrona accanto, sprofondando. In pochi secondi, così da seduto, si addormentò.

 

Cap.  XV - Il chiodo

Un tintinnio, lo svegliò.

Sgranò gli occhi, accennò un sorriso a ritrovare la parete vuota davanti a sé, e si rimise a dormire.

Il Chiodo, minuscolo, insignificante, luccicante, scivolato dalla tasca della giacca, rimbalzò sul pavimento echeggiando, rotolandogli fino ai piedi.

 

FINE.....


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