
Continuiamo il viaggio nel racconto Il Chiodo di Gianmaria Parrotta con la pubblicazione del terzo capitolo.
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Lo vennero a prelevare due guardie diverse, non quelle del giorno prima. Lo ammanettarono senza dire una parola, e anche lui se ne stette zitto: a cosa valeva chiedere? Si vergognò di sé stesso. Era già diventato normale per lui essere così strattonato, schifato, sputato nel corridoio imbestialito, cani arrabbiati al passaggio della preda.
L’amico – chiamiamolo così, pensò tra sé senza alcuna fiducia – avvocato lo aspettava nella stanza delle udienze. Quando entrò, lo squadrò per un secondo, neanche fece cenno a un saluto, a alzarsi. Al telefono era stato da subito freddo, distaccato, evidentemente imbarazzato. Solo dopo la sua insistenza, il suo piagnucolio disperato, acconsentì a incontrarlo. E eccolo lì. Non parlava, tutto ingessato e contrito. Qualche secondo e ruppe lui quello stallo.
Giovanni, grazie…
Non mi devi ringraziare. Ti ho già detto ieri. Sono qui solo per tuo padre.
D’accordo. Ma mi aiuterai?
Non sono nella condizione di accettare, Martino.
Cosa significa? Non sei un avvocato? Non ho diritto a una difesa?
Quello si prese ancora del tempo, di nuovo ammutolito. Inspirò un paio di volte, ma smorzò sul nascere quel tentativo di trovare voce. Finalmente, gli rispose.
Certo che hai diritto a una difesa. Ma io non posso. E voglio essere chiaro: dubito che qualcuno si accolli questa causa… Toccherà a un malcapitato difensore d’ufficio… Poveraccio…
Ma perché? Perché? Non è il tuo lavoro, questo?
Martino… Ma tu ti rendi conto di cosa sei accusato?
Scoppiò in una risata.
Ma io non ho fatto niente! Niente!
Ci sono testimoni e immagini…
Ma andiamo, Giovanni! È solo un chiodo! Ma di cosa stiamo parlando!
Gli scappò nuovamente una risata isterica, poi pianse solo un poco. Si ricompose.
Ascoltami… Se credi di poter basare la tua linea difensiva su un vizio parziale o addirittura sull’incapacità totale di intendere e volere, e ti parlo da amico, rischi di peggiorare ulteriormente la tua situazione!
Incapacità di intendere? Ma io non sono pazzo! Cosa stai dicendo?
Se vuoi un consiglio, sempre da amico, perché non sono e non sarò il tuo legale, rinuncia. Ammetti le tue colpe. Dichiarati colpevole insomma, prova la via di un patteggiamento. Per quanto…
Io sono innocente!
Per quanto non so anche in questo caso quanto margine di manovra sulla sentenza possa avere il giudice… L’opinione pubblica… I politici… Sei nell’occhio di un ciclone… Questo caso è sulle bocche di tutti, su tutti i giornali, televisioni… per non parlare dei social…
I politici? I social? Ma cosa… Cosa dici, cosa sta succedendo?
Martino lo osservava, negli occhi una supplica. Giovanni si guardò intorno. Esitò. Sapeva che non avrebbe potuto, ma la rabbia lo invase, con la sensazione di stare perdendo tempo e di essere preso in giro.
Guarda! Guarda qui! E sbrigati. Cerchiamo di non farci notare…
Gli gettò il cellulare, che atterrò sul tavolo dove erano seduti, uno da una parte e uno dall’altra: era chiaro quanto quello volesse mantenere le distanze, la distanza che li separava; non voleva esser mescolato con lui neppure là dentro, al riparo da qualsiasi sguardo indiscreto, non voleva averci niente a che fare, come avesse un morbo, qualcosa che si potesse attaccare, propagare.
Il telefono gli piombò di fronte col suono sordo di una martellata. Col pungolo di quello, lo afferrò e aprì di fretta e a casaccio un po’ di tutto. Giornali e televisioni on-line, social di tutti i generi. Era la notizia del giorno. Se ne stette qualche minuto immobile (Giovanni fremeva, lo invitava a muoversi, gli chiedeva di ridarglielo, quel coso, adesso) a scorrere articoli, servizi televisivi, commenti, prese di posizione, di riprovazione, maledizioni e auguri che un po’ tutti gli lanciavano di morte, sofferenza, pena, ergastolo, di marcirci in galera, gettare la chiave.
Era basito, sconcertato. Sorrise. Gli ributtò il telefono. Quello se lo nascose tra le mani rinfilandoselo in tasca con gesti lenti, scrutandosi ancora intorno.
Questo è un gigantesco scherzo, vero? Un nuovo programma per la televisione…
Martino, voglio essere franco con te. Ma cosa ti è saltato in testa? Questo è un crimine che è fuori…
Giovanni, aspetta aspetta… Tu mi conosci. Conoscevi mia madre e mio padre. Siamo dei mangiapreti, laici, anticlericali. In casa nostra non è mai entrata un’immagine sacra, niente, di nessuna religione. Anche quando c’era un’occasione, lo sai: era più forte di noi. Ma ti ricordi quanto ci prendeva in giro tuo padre, su questo?
E allora? Lascia fuori mio padre, per favore. Non è proprio il caso. Pensa al tuo piuttosto: cosa direbbe, cosa penserebbe… Pover’uomo, almeno la morte gli ha risparmiato questo strazio!
E allora il chiodo lo sai dove lo hanno trovato? Lo dicevano bene anche al telegiornale nazionale! Sul quadretto di una crocifissione! Una crocifissione! In casa mia! Sai che è…
Te la sei costruita proprio bene.
Cosa?
Ma sì, tira fuori anche questo alibi, se così vogliamo chiamarlo. Che idiozia!
Alibi? Non è un alibi! È la verità!
Ascolta. La verità è che c’è un filmato. Che ci sono testimoni. Che c’è una prova che ti inchioda oltre alcun ragionevole dubbio. Che ti vuoi far passare per un mezzo matto.
Mi inchioda…
Io ci ho provato. Ti consiglio di riflettere. Se permetti, ho perso anche troppo tempo. Con un vigliacco come te. Mi dispiace. Ma è questa la verità, non quella di cui ti riempi la bocca. Io me ne vado. Mi dispiace, ma non ne posso più di te, non riesco neanche a guardarti in faccia.
E sputò, anche lui. A terra, ma sputò, come per un insopprimibile conato, prima di andare via, scappare da quella stanza, lasciandolo solo, solo come Martino mai si era sentito in vita sua.
.....continua
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