
La Suprema Corte (n. 607/2026) chiarisce che, nella liquidazione del compenso dell’avvocato, il valore della causa indicato dalle parti può essere recepito anche implicitamente. Ma se il giudice applica uno scaglione diverso, deve motivare la scelta.
Il giudice può cambiare lo scaglione di valore usato per liquidare il compenso dell’avvocato senza spiegare perché?
La Cassazione, Sezione II civile, con l’ordinanza n. 607 dell’11 gennaio 2026, risponde di no.
Se il giudice non condivide il valore della causa indicato dalla parte e colloca la controversia in uno scaglione diverso, deve motivare la scelta. Altrimenti la decisione ricade nella motivazione apparente.
Un avvocato aveva assistito un cliente in un procedimento di opposizione ex art. 99 del d.P.R. n. 115/2002 contro il rigetto dell’istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato in sede penale.
Dopo un primo provvedimento del g.i.p., il difensore proponeva opposizione ai sensi dell’art. 170 del d.P.R. n. 115/2002. Il Tribunale accoglieva l’opposizione, ma liquidava il compenso facendo riferimento alle cause di valore inferiore a 1.100 euro, invece che allo scaglione delle cause di valore indeterminabile, come sostenuto dal professionista.
Il punto è questo: il Tribunale ha applicato uno scaglione diverso senza spiegare perché la causa non dovesse essere considerata di valore indeterminabile.
La Corte richiama un principio già affermato in giurisprudenza: la determinazione del valore della causa, ai fini della liquidazione delle spese di lite, può ritenersi recepita implicitamente dal giudice quando non vi sia un espresso discostamento.
Se però il giudice decide di non seguire il valore indicato dalle parti, non basta applicare uno scaglione diverso. Deve spiegare il criterio di valutazione adottato. Altrimenti non è possibile comprendere su quali basi sia stato liquidato il compenso.
La Cassazione richiama sul punto Cass. n. 8884/2024: il silenzio del giudice è compatibile solo con un’adesione sostanziale al valore prospettato dalle parti. Se invece vi è scostamento, serve una motivazione.
L’ordinanza ribadisce che non ogni domanda priva di quantificazione immediata è di valore indeterminabile.
È indeterminabile solo la domanda il cui valore non può essere determinato. Diversa è la domanda di valore indeterminato ma accertabile nel corso del giudizio, il cui ammontare può essere precisato fino alla decisione.
La distinzione incide direttamente sullo scaglione tariffario applicabile e quindi sulla liquidazione del compenso dell’avvocato.
Nel caso esaminato, il Tribunale non ha indicato alcun elemento utile a giustificare lo scaglione applicato. Non ha spiegato perché la controversia non dovesse rientrare tra quelle di valore indeterminabile né ha reso leggibile il percorso logico seguito.
Per la Cassazione si tratta di motivazione apparente: una motivazione solo formale, che non consente il controllo sulla correttezza e sulla logicità della decisione. In questi casi viene meno il minimo costituzionale della motivazione, con conseguente nullità della sentenza.
Il richiamo è a una giurisprudenza ormai consolidata, da Cass. n. 4448/2014 a Cass. n. 25767/2024, fino alle Sezioni Unite n. 8053/2014 e n. 22232/2016.
La Suprema Corte ha accolto il primo motivo di ricorso, dichiarato assorbito il secondo, cassato l’ordinanza impugnata e rinviato al Tribunale di Bologna in diversa composizione.
Il principio di diritto è chiaro: il valore della causa può ritenersi recepito implicitamente dal giudice se non vi è dissenso rispetto a quanto indicato dalle parti; ma se il giudice se ne discosta, deve motivare la scelta dello scaglione.
L’ordinanza offre un’indicazione pratica precisa in materia di liquidazione dei compensi, spese di lite e compenso dell’avvocato. Il giudice non può cambiare silenziosamente il parametro economico della controversia e liquidare il compenso sulla base di uno scaglione diverso senza spiegazioni.
Quando cambia lo scaglione, deve emergere anche il perché. Se manca questo passaggio, la motivazione non c’è davvero.
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