Il diritto alla vita e la vita del diritto. Le battaglie di Marco Pannella

Articolo del 19/05/2026

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Il 19 maggio 2026 ricorrono dieci anni dalla morte di Marco Pannella. La sua eredità politica resta legata a una formula essenziale: il diritto non vive da solo. Deve essere esercitato, difeso, praticato. Anche quando costa fatica. Anche quando obbliga a rompere il silenzio.

Marco Pannella è stato uno dei protagonisti più originali della storia repubblicana italiana. Non solo per le battaglie condotte, ma per il metodo scelto per condurle.

La sua azione politica si è caratterizzata per il ricorso costante agli strumenti della lotta nonviolenta, modellati sull’insegnamento di Gandhi: digiuni, scioperi della fame e della sete, disobbedienza civile, iniziative referendarie, occupazione dello spazio pubblico, uso radicale dei mezzi di comunicazione.

Per Pannella la nonviolenza non era semplice testimonianza morale. Era uno strumento politico e giuridico. Serviva a costringere le istituzioni a guardare ciò che spesso restava invisibile: diritti negati, leggi non applicate, persone escluse, giustizia lenta, carceri illegali, malati senza voce.

Da qui la formula che meglio riassume il suo percorso: «il diritto alla vita e la vita del diritto».

Il diritto alla vita come tutela della persona concreta. La vita del diritto come esigenza che la legalità non resti sulla carta, ma diventi realtà effettiva.

Dalla formazione giuridica al Partito Radicale

Marco Pannella, all’anagrafe Giacinto Pannella, nacque a Teramo il 2 maggio 1930. Si laureò in giurisprudenza all’Università di Urbino e, fin dagli anni giovanili, partecipò alla vita politica e culturale del Paese.

Nel 1955 fu tra i fondatori del Partito Radicale, nato nell’area liberale, laica e anticlericale. Negli anni successivi ne divenne la figura più riconoscibile, trasformando un piccolo partito in un laboratorio politico capace di incidere su alcuni passaggi decisivi della società italiana.

Pannella fu deputato, europarlamentare, consigliere comunale e regionale. Ma la sua figura non si lascia racchiudere negli incarichi istituzionali. La sua politica si sviluppò soprattutto fuori dai luoghi ordinari del potere: nelle piazze, nei referendum, nelle campagne di opinione, nei processi mediatici, nelle battaglie per i soggetti meno ascoltati.

La nonviolenza come metodo di legalità

La caratteristica più forte dell’azione pannelliana fu il rapporto tra nonviolenza e legalità.

Pannella non usava il digiuno o la disobbedienza civile come gesti simbolici isolati. Li usava per porre un problema giuridico: se un diritto esiste, perché non viene garantito? Se una legge c’è, perché non viene applicata? Se la Costituzione promette libertà, uguaglianza e dignità, perché intere categorie di persone restano fuori dalla sua protezione?

Il riferimento a Gandhi non era solo simbolico. Pannella agiva nella logica del satyagraha, la forza della verità: portava il corpo dentro la politica e trasformava fame, sete, voce e silenzio in strumenti di pressione pubblica nonviolenta.

Il punto era rendere visibile la distanza tra diritto proclamato e diritto effettivo. In questo senso, la nonviolenza era una forma estrema di fiducia nel diritto: non il rifiuto delle istituzioni, ma la richiesta che le istituzioni fossero coerenti con le proprie regole.

La legalità, per Pannella, non era soltanto l’obbligo del cittadino di rispettare la legge. Era anche il dovere dello Stato di rispettare la Costituzione, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la dignità delle persone sottoposte al suo potere.

Divorzio: quando il diritto entra nella vita privata

Una delle prime grandi battaglie fu quella per il divorzio.

Negli anni Sessanta e Settanta, la possibilità di sciogliere il matrimonio era ancora uno dei punti più controversi della società italiana. La questione non riguardava soltanto il diritto di famiglia. Riguardava la libertà individuale, l’autonomia delle persone, il rapporto tra Stato, morale religiosa e vita privata.

Con la Lega Italiana per il Divorzio e con il Partito Radicale, Pannella contribuì a trasformare un tema considerato privato in una grande questione pubblica.

La legge sul divorzio fu approvata nel 1970. Nel 1974 il referendum abrogativo tentò di cancellarla. La vittoria del “no” confermò la legge e segnò una svolta: lo Stato riconosceva che il matrimonio non poteva diventare una prigione giuridica.

Per Pannella fu una battaglia tipica del suo modo di intendere il diritto: non una concessione dall’alto, ma una conquista ottenuta attraverso mobilitazione, informazione e partecipazione.

Aborto: il corpo delle donne fuori dalla clandestinità

L’altra grande battaglia civile fu quella sull’aborto.

Prima della legge n. 194 del 1978, l’interruzione volontaria della gravidanza era confinata nella clandestinità, con conseguenze drammatiche soprattutto per le donne più fragili e prive di mezzi.

Pannella e i radicali portarono il tema nello spazio pubblico, rompendo un tabù sociale e politico. La questione, anche qui, era giuridica prima ancora che ideologica: riconoscere una realtà già esistente e sottrarla all’illegalità, al pericolo e alla discriminazione.

La legge 194 non coincise integralmente con la posizione radicale, più orientata a una liberalizzazione ampia. Ma rappresentò comunque un passaggio decisivo: l’aborto cessò di essere soltanto reato e clandestinità, ed entrò nel perimetro della tutela sanitaria e della responsabilità pubblica.

Enzo Tortora e la giustizia giusta

Negli anni Ottanta, il nome di Marco Pannella si legò in modo indissolubile alla vicenda di Enzo Tortora.

Tortora, volto popolarissimo della televisione italiana, fu arrestato nel 1983 con accuse gravissime legate alla criminalità organizzata. Dopo una lunga vicenda giudiziaria, fu definitivamente assolto.

Pannella e i radicali fecero della sua vicenda il simbolo di una battaglia più ampia: quella per una giustizia giusta.

Il caso Tortora mostrava in modo evidente i rischi dell’errore giudiziario, della custodia cautelare usata come anticipazione della pena, del processo mediatico, della fiducia acritica nelle accuse non ancora verificate.

Da quella stagione nacque anche una riflessione radicale sulla responsabilità di chi esercita il potere giudiziario, sulla separazione delle carriere e sulle garanzie dell’imputato.

La battaglia radicale non fu una battaglia contro la magistratura in quanto tale. Fu una battaglia per il processo come garanzia, per la presunzione di innocenza, per la responsabilità di chi esercita il potere punitivo dello Stato.

Anche qui torna il nucleo del pensiero pannelliano: il diritto non basta proclamarlo. Deve funzionare quando serve davvero, cioè quando una persona si trova sola davanti alla macchina giudiziaria.

Carceri, amnistia e dignità dei detenuti

Negli ultimi anni della sua vita, Pannella concentrò gran parte della propria azione sulle carceri e sulla condizione dei detenuti.

La questione carceraria, per lui, non era un tema marginale. Era il punto in cui lo Stato di diritto veniva messo alla prova nel modo più duro. Se una persona è privata della libertà, lo Stato ha un dovere ancora maggiore di garantire legalità, salute, dignità e rispetto della persona.

Pannella denunciò il sovraffollamento, le condizioni degradanti, la lentezza della giustizia, l’uso eccessivo della custodia cautelare, l’assenza di prospettive rieducative. Per questo sostenne con forza la battaglia per l’amnistia, collegandola non a un generico atto di clemenza, ma alla necessità di rientrare nella legalità costituzionale e convenzionale.

La prospettiva radicale non si fermava al diritto interno: guardava alla Costituzione, alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e agli strumenti sovranazionali come luoghi nei quali rendere effettivi i diritti negati.

Il punto era semplice e radicale: uno Stato che punisce violando le proprie regole perde credibilità. La pena può essere legittima solo se resta dentro il diritto.

Diritti dei malati, ricerca scientifica e fine vita

Un’altra parte decisiva dell’eredità pannelliana riguarda i diritti dei malati, la libertà di cura, la ricerca scientifica e il fine vita.

Con l’Associazione Luca Coscioni, il mondo radicale portò al centro del dibattito pubblico temi che per anni erano rimasti ai margini: libertà di ricerca, procreazione medicalmente assistita, testamento biologico, autodeterminazione terapeutica, rifiuto dell’accanimento sanitario.

Le vicende di Luca Coscioni e Piergiorgio Welby mostrarono ancora una volta il metodo pannelliano: trasformare il dolore privato in questione pubblica, non per spettacolarizzarlo, ma per chiedere al diritto di rispondere a persone reali.

Il diritto alla vita, in questa prospettiva, non era una formula astratta. Era il diritto di vivere con dignità, di conoscere, di scegliere, di non essere lasciati soli davanti alla malattia.

Obiezione di coscienza, pena di morte e diritti oltre i confini

Le battaglie di Pannella non si esaurirono nei diritti civili interni.

L’obiezione di coscienza al servizio militare fu una delle prime grandi questioni in cui la disobbedienza civile mise in crisi il rapporto tra libertà individuale e obbligo imposto dallo Stato. Anche in quel caso, il problema era giuridico: riconoscere dignità alla coscienza della persona, senza trasformare il dissenso nonviolento in colpa.

Negli anni successivi, l’impegno radicale si proiettò sempre più oltre i confini nazionali: dalla lotta contro la pena di morte alla moratoria universale in sede ONU, fino alle campagne internazionali per i diritti umani e contro le grandi rimozioni della politica globale.

La nonviolenza diventava così uno strumento di pressione politica transnazionale. Il diritto, per Pannella, non poteva fermarsi alla sovranità degli Stati quando erano in gioco la vita, la dignità e la libertà delle persone.

Il diritto alla conoscenza

Pannella legò molte delle sue battaglie anche al diritto alla conoscenza.

Per lui la democrazia non poteva funzionare senza informazione, trasparenza, accesso ai dati, pubblicità delle decisioni pubbliche. Radio Radicale fu parte essenziale di questa visione: non solo un’emittente di partito, ma uno strumento di documentazione della vita istituzionale e politica del Paese.

Registrare, trasmettere, archiviare significava rendere conoscibile il potere. E rendere conoscibile il potere significava permettere ai cittadini di controllarlo.

Anche questa era una battaglia giuridica: senza conoscenza non c’è partecipazione, e senza partecipazione i diritti diventano deboli.

Una politica fatta di corpo, parola e diritto

Pannella ha diviso, irritato, provocato. Ha usato toni duri, gesti estremi, scelte spesso incomprese. Ma la sua presenza pubblica ha costretto l’Italia a discutere di ciò che preferiva rinviare.

Divorzio, aborto, giustizia, carceri, diritti dei malati, ricerca scientifica, informazione, fame nel mondo, pena di morte, antiproibizionismo: le sue battaglie hanno avuto un elemento comune.

Ogni volta Pannella partiva da una persona concreta e arrivava a un problema di diritto.

La donna costretta alla clandestinità. Il detenuto dimenticato. L’imputato travolto dal processo mediatico. Il malato senza possibilità di scelta. Il cittadino privato dell’informazione. La persona esclusa dalla tutela effettiva della legge.

Il diritto, per Pannella, non era mai soltanto un testo normativo. Era una promessa da mantenere.

Dieci anni dopo

Il 19 maggio 2016 Marco Pannella moriva a Roma. Dieci anni dopo, il suo lascito resta difficile da incasellare in una sola tradizione politica.

Liberale, radicale, nonviolento, laico, garantista, europeista, antiproibizionista: tutte queste definizioni dicono qualcosa, ma nessuna basta da sola.

La cifra più profonda della sua azione sta forse nel rapporto tra diritto e vita.

Il diritto alla vita significa che la persona viene prima dell’astrazione. La vita del diritto significa che le regole devono essere reali, praticate, accessibili, controllabili, effettive.

Per questo la formula «il diritto alla vita e la vita del diritto» resta una delle più efficaci per ricordarlo.

Non come semplice citazione commemorativa, ma come metodo.

Un diritto non esercitato si indebolisce. Un diritto non difeso diventa retorica. Un diritto non reso effettivo finisce per lasciare sole proprio le persone per cui era stato scritto.

Questa, forse, è la lezione più attuale di Marco Pannella: la legalità non è una parola da invocare. È una pratica da tenere viva.

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