Penalisti in sciopero dal 23 al 29 settembre: in gioco il diritto di difesa

Articolo del 23/09/2026

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Sette giorni di astensione dalle udienze penali. Al centro della protesta dell’UCPI le captazioni dei colloqui tra detenuti e difensori nel carcere di Perugia “Capanne”, ma anche il più ampio tema delle garanzie nel processo penale e dell’emergenza carceraria.

Per sette giorni le aule penali si fermano.

Dal 23 al 29 settembre 2026 gli avvocati penalisti si astengono dalle udienze e da ogni altra attività giudiziaria nel settore penale, secondo le modalità e le eccezioni previste dal Codice di autoregolamentazione.

A proclamare l’astensione è stata la Giunta dell’Unione Camere Penali Italiane con delibera del 31 luglio 2026.

Il caso Perugia

Tutto parte dal carcere di Perugia “Capanne”.

Secondo la ricostruzione dell’UCPI, per circa sei mesi sarebbero stati captati colloqui tra detenuti e almeno quindici difensori diversi dall’avvocato interessato dal provvedimento autorizzativo. Le conversazioni avrebbero riguardato anche strategie processuali e informazioni riservate proprie del rapporto tra difensore e assistito.

L’attività investigativa, infatti, era stata originariamente autorizzata nell’ambito di un procedimento riguardante uno specifico difensore e il relativo assistito. Il punto contestato dall’UCPI riguarda quindi l’estensione delle captazioni ad altri colloqui coperti dalle garanzie difensive.

Il Procuratore generale di Perugia ha successivamente precisato che, sulla base delle verifiche svolte, non sarebbe emerso alcun utilizzo processuale di intercettazioni effettuate in difetto di autorizzazione.

Per i penalisti resta però il problema a monte: la stessa captazione di conversazioni riservate tra avvocato e assistito.

L’UCPI richiama gli artt. 15 e 24 Cost., gli artt. 6 e 8 CEDU e l’art. 103 c.p.p., che impone l’interruzione dell’intercettazione quando emerge che la conversazione rientra tra quelle di cui è vietato l’ascolto.

Gli accertamenti che l’UCPI vuole conoscere

Il 4 giugno 2026, dopo un incontro con una delegazione dell’Unione, il Ministro della Giustizia aveva comunicato di aver disposto tramite l’Ispettorato generale gli accertamenti necessari a chiarire la vicenda.

L’UCPI chiede di sapere quanti colloqui siano stati captati, chi abbia avuto accesso alle registrazioni, perché le operazioni non siano state immediatamente interrotte e quali misure siano state adottate per evitare che fatti analoghi possano ripetersi.

Nella delibera del 31 luglio l’Unione lamentava che, a oltre due mesi dall’avvio degli accertamenti, non fosse stata resa pubblica una ricostruzione ufficiale dei fatti. Il 10 settembre è tornata quindi a chiedere al Ministro di rendere conoscibili gli esiti delle verifiche.

Una protesta che va oltre Perugia

Il caso delle captazioni è però soltanto il punto di partenza.

Nella delibera l’UCPI inserisce la vicenda in quello che definisce un più generale arretramento delle garanzie nel sistema penale: dallo stallo della riforma sul sequestro dei dispositivi digitali alle proposte sull’utilizzo delle intercettazioni, fino all’estensione dei poteri preventivi di polizia e alle modifiche prospettate in materia di giustizia minorile.

Sul fondo rimane poi l’emergenza carceraria.

Al 30 giugno 2026, secondo i dati richiamati dall’UCPI, nelle carceri italiane erano presenti 64.773 persone a fronte di una capienza effettiva stimata in circa 46.400 posti, con un sovraffollamento reale del 139,5%. La delibera ricorda inoltre i 33 suicidi registrati fino a quel momento nel corso dell’anno.

Il punto: poter parlare liberamente con il proprio avvocato

Con l’astensione l’UCPI chiede al Ministro di rendere pubblici gli esiti degli accertamenti sul caso Perugia e sollecita Governo e Parlamento a intervenire sulle garanzie connesse ai poteri investigativi e sull’emergenza penitenziaria.

Ma il cuore della protesta può essere riassunto in una questione molto semplice: chi è sottoposto a un procedimento penale deve poter parlare con il proprio avvocato sapendo che quella conversazione resterà riservata.

Non è soltanto una garanzia dell’avvocato.

È una condizione perché il diritto di difesa sia effettivo e non rimanga soltanto scritto sulla carta.

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