Salario giusto: approvato il decreto lavoro con bonus assunzioni e stop ai contratti pirata

Articolo del 29/04/2026

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Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto-legge sul salario giusto, con misure per rafforzare i trattamenti economici dei lavoratori, incentivare l’occupazione stabile e contrastare il caporalato digitale.

Il Consiglio dei Ministri, nella riunione del 28 aprile 2026, ha approvato un nuovo decreto-legge in materia di lavoro, presentato dal Governo come intervento urgente su tre fronti: salario giusto, incentivi all’occupazione e contrasto alle nuove forme di sfruttamento collegate all’economia digitale.

Il provvedimento arriva a ridosso del Primo Maggio e si inserisce, nelle intenzioni dell’Esecutivo, in una strategia più ampia sul lavoro: sostegno all’occupazione stabile, riduzione del cuneo fiscale, interventi sui premi di produttività, rinnovi contrattuali e misure per la conciliazione tra vita familiare e attività lavorativa.

Il decreto mobilita risorse per circa 934 milioni di euro e punta a sostenere l’assunzione stabile di giovani e donne, ridurre i divari territoriali e contrastare l’uso distorto dei contratti collettivi meno rappresentativi.

Non viene introdotto un salario minimo legale in senso stretto. La scelta è diversa: valorizzare i contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative.

Il parametro del salario giusto

Il cuore del provvedimento è la disciplina dei trattamenti economici complessivi: l’obiettivo è garantire ai lavoratori una retribuzione non inferiore ai minimi previsti dai contratti collettivi nazionali di lavoro sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative.

Il salario giusto non viene quindi identificato soltanto con il salario orario, ma con il trattamento economico complessivo riconosciuto al lavoratore. Dentro questo parametro rientrano le diverse componenti economiche previste dal contratto collettivo applicato.

Secondo l’impostazione illustrata dal Governo, una soglia minima oraria fissata per legge rischierebbe di trasformarsi in un parametro sostitutivo e riduttivo rispetto all’insieme delle garanzie economiche contenute nei contratti collettivi maggiormente rappresentativi.

Il decreto mira così a contrastare il dumping salariale e l’utilizzo dei cosiddetti contratti pirata, cioè contratti applicati al solo scopo di ridurre il costo del lavoro, senza un’effettiva rappresentatività delle parti firmatarie.

La misura ha anche una funzione concorrenziale: evitare che le imprese che applicano trattamenti economici più bassi possano ottenere un vantaggio competitivo rispetto a quelle che rispettano la contrattazione collettiva di qualità.

Incentivi solo a chi applica il salario giusto

Una delle scelte più rilevanti riguarda il collegamento tra salario giusto e accesso agli incentivi pubblici.

Gli incentivi occupazionali previsti dal decreto saranno riconosciuti solo ai datori di lavoro che applicano ai propri lavoratori il trattamento economico complessivo conforme ai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative.

Il meccanismo è duplice: da un lato si rifinanziano e si riorganizzano gli incentivi per favorire nuove assunzioni; dall’altro si condiziona l’accesso a quelle risorse pubbliche al rispetto di una contrattazione collettiva qualificata.

In sintesi: chi sottopaga i lavoratori o applica contratti pirata non potrà beneficiare degli incentivi pubblici sul lavoro.

Rinnovi contrattuali e adeguamento delle retribuzioni

Il decreto interviene anche sul tema dei rinnovi dei contratti collettivi.

Nel rispetto dell’autonomia delle parti sociali, si prevede che siano le stesse parti, in sede di rinnovo, a disciplinare le decorrenze degli incrementi retributivi, gli eventuali importi una tantum e gli strumenti di copertura economica per il periodo che intercorre tra la scadenza del vecchio contratto e la firma del nuovo.

Il decreto non impone quindi una retroattività automatica e generalizzata degli aumenti, ma rimette alle parti sociali la definizione delle decorrenze e degli eventuali strumenti compensativi.

Se però il rinnovo non interviene entro dodici mesi dalla scadenza, è previsto un adeguamento forfettario delle retribuzioni pari al 30% della variazione dell’Indice dei prezzi al consumo armonizzato, l’IPCA.

Si tratta di una clausola di salvaguardia pensata per evitare che il ritardo nei rinnovi contrattuali si traduca in una perdita prolungata di potere d’acquisto per i lavoratori.

Bonus assunzioni per donne, giovani e lavoratori nel Mezzogiorno

Una parte rilevante del provvedimento riguarda gli incentivi all’occupazione.

Le misure sono destinate ai datori di lavoro privati e riguardano i rapporti di lavoro subordinato, con esclusione del lavoro domestico e dell’apprendistato.

Per le assunzioni di donne svantaggiate è previsto un esonero contributivo del 100%, fino a 650 euro mensili, per ventiquattro mesi. Il limite sale a 800 euro per le assunzioni effettuate nelle regioni della ZES unica per il Mezzogiorno.

Per le assunzioni di giovani under 35 è previsto un esonero totale dei contributi previdenziali, fino a 500 euro mensili, sempre per ventiquattro mesi. Il tetto viene elevato a 650 euro nel Sud e nelle aree di crisi.

Il decreto introduce poi un bonus specifico per la stabilizzazione dei giovani. L’esonero contributivo può essere riconosciuto anche in caso di trasformazione a tempo indeterminato di contratti a termine stipulati tra il 1° gennaio e il 30 aprile 2026, di durata massima pari a dodici mesi, purché la stabilizzazione avvenga tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2026 e riguardi personale under 35 mai occupato stabilmente in precedenza.

La misura è stata presentata come un intervento contro il mantenimento di condizioni lavorative potenzialmente precarizzanti: l’incentivo non riguarda soltanto le nuove assunzioni, ma anche la trasformazione dei rapporti a termine in rapporti stabili.

È prevista infine una misura per le imprese di piccole dimensioni operanti nella ZES unica per il Mezzogiorno. I datori di lavoro fino a dieci dipendenti possono beneficiare di un esonero contributivo totale, fino a 650 euro mensili, per l’assunzione di lavoratori over 35 disoccupati da almeno ventiquattro mesi.

Secondo le prime ricostruzioni, l’accesso ad alcuni incentivi dovrebbe essere condizionato anche al rispetto di ulteriori requisiti, compresa l’assenza di licenziamenti nei mesi precedenti.

Le misure guardano quindi a tre aree considerate prioritarie: giovani, donne e lavoratori lontani da tempo dal mercato del lavoro, con una particolare attenzione al Mezzogiorno.

Caporalato digitale e piattaforme online

Un altro punto qualificante del decreto riguarda il contrasto al caporalato digitale.

Il provvedimento interviene sulle attività gestite tramite piattaforme, con particolare attenzione al mondo dei rider e dei ciclofattorini, dove il rischio di intermediazione illecita e sfruttamento può assumere forme nuove e meno visibili rispetto al caporalato tradizionale.

L’intervento non mira a ricondurre automaticamente ogni rapporto con le piattaforme al lavoro subordinato. La distinzione resta ferma: ciò che è lavoro subordinato rimane subordinato; ciò che è lavoro autonomo resta tale. Anche nei rapporti autonomi, però, devono essere assicurate specifiche garanzie contro abusi e opacità.

Per i rider e i ciclofattorini, il decreto prevede anche l’utilizzo e l’aggiornamento del Libro unico del lavoro, così da rendere tracciabile l’impegno lavorativo svolto nel mese e rafforzare gli strumenti di controllo contro forme elusive o abusive di organizzazione della prestazione.

La prima misura riguarda poi la verifica dell’identità digitale del lavoratore. L’obiettivo è impedire la cessione o il “noleggio” degli account, fenomeno che può alimentare situazioni di sfruttamento e rendere opaco il rapporto tra lavoratore effettivo e piattaforma.

L’accesso dovrà quindi avvenire attraverso sistemi di identificazione certa, come SPID, CIE o altri strumenti di autenticazione forte, compresi sistemi a doppio fattore. È previsto il divieto di cedere le proprie credenziali o di utilizzare account non riconducibili alla propria identità.

La responsabilità non ricade soltanto sul lavoratore. I gestori delle piattaforme sono chiamati ad adottare sistemi di controllo adeguati; in caso di omessa vigilanza possono scattare sanzioni amministrative e, nei casi più gravi, la sospensione dell’attività.

Trasparenza algoritmica e intervento umano

Il decreto introduce anche il diritto alla trasparenza algoritmica.

Le piattaforme dovranno fornire informazioni chiare sulle modalità di funzionamento degli algoritmi che incidono sull’assegnazione dei compiti, sulla determinazione dei compensi e sulla valutazione del lavoratore.

Il lavoratore dovrà poter conoscere i parametri che incidono sul proprio rating e chiedere l’intervento umano per il riesame delle decisioni automatizzate che abbiano effetti significativi sul rapporto di lavoro.

È un passaggio importante perché sposta il problema dal solo sfruttamento economico alla gestione tecnologica del rapporto di lavoro. Non basta sapere quanto si viene pagati: occorre anche capire in base a quali criteri un algoritmo decide chi lavora, quanto lavora e a quali condizioni.

Conciliazione tra famiglia e lavoro

Il decreto contiene anche una misura dedicata alla conciliazione tra vita familiare e lavoro.

Viene previsto uno sgravio contributivo per le imprese che adottano la certificazione UNI/PdR 192:2026, nuovo strumento di gestione rivolto alle organizzazioni pubbliche e private che investono in modo strutturato su maternità, paternità, carichi di cura, flessibilità organizzativa, welfare aziendale, salute e continuità di carriera.

La certificazione riguarda diverse aree di intervento: organizzazione del lavoro, flessibilità oraria e spaziale, supporto alla maternità, supporto alla genitorialità, impegni di cura, salute e benessere, servizi per le famiglie e continuità di carriera.

Per le aziende in possesso della certificazione è previsto un esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro fino all’1% e nel limite massimo di 50.000 euro annui per ciascuna impresa.

La misura collega quindi il beneficio contributivo non a una dichiarazione generica di attenzione alla famiglia, ma all’adozione di un modello organizzativo verificabile.

TFR e previdenza complementare

Il provvedimento interviene infine anche sul trattamento di fine rapporto.

È prevista la possibilità per i lavoratori di conferire alla previdenza complementare le quote di TFR maturate nel periodo compreso tra gennaio e giugno 2026.

La misura si inserisce nel più ampio tema del rafforzamento della previdenza integrativa, consentendo ai lavoratori di destinare una parte del trattamento maturato a strumenti pensionistici complementari.

Un decreto aperto al confronto con le parti sociali

Il Governo ha presentato il decreto come l’avvio di un confronto con le parti sociali.

La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, insieme al sottosegretario Alfredo Mantovano e alle ministre Marina Calderone ed Eugenia Roccella, ha rivendicato interlocuzioni costanti con sindacati e associazioni datoriali, pur al di fuori dei tradizionali tavoli formali.

Il provvedimento viene considerato un punto di partenza di un più ampio patto con i corpi intermedi, fondato sulla collaborazione tra Governo, imprese e organizzazioni sindacali per sostenere lavoro di qualità e salari più adeguati.

Il decreto dovrà ora affrontare il passaggio parlamentare della conversione in legge. Sarà quella la sede nella quale potranno essere recepite eventuali proposte correttive o integrative.

La direzione politica è però già definita: rafforzare il riferimento alla contrattazione collettiva maggiormente rappresentativa, sostenere l’occupazione stabile con incentivi mirati e portare le tutele del lavoro anche dentro le nuove forme di organizzazione digitale.


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