
Continuiamo il viaggio nel racconto Il Chiodo di Gianmaria Parrotta con la pubblicazione del decimo capitolo.
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Vagava Martino per le strade, si addentrava per vie sconosciute, senza fondo. Le ripercorreva, si perdeva e si ritrovava, ma infine era tutte le volte di nuovo perso. Non faceva attenzione a dove andava, perché impegnato in un giro simile che compiva dentro di sé: le sue emozioni, i suoi pensieri, i dubbi: vicoli ciechi, cunicoli bui, deviazioni senza senso.
Si sentiva un morto che vagabondava, uno zombie, un morto vivente anzi: un morto risorto. Per un attimo si raffigurò il Cristo, ma si impose subito di cancellare quell’immagine dalla mente, di non cadere nella tentazione di prendere il quadro tra le mani, rivolgerglisi.
C’era troppo vento adesso, e era ancora lontano. Si scrollò e imboccò la strada giusta verso casa: doveva muoversi. La sua povera giacca non bastava a proteggerlo da quel freddo. Si fermò di fronte a un bar e si frugò: aveva giusto qualche soldo per potersi permettere di rifocillarsi, e scaldarsi qualche minuto.
Un cappuccino, per favore. Ben caldo.
Solo il cappuccio?
Esitò, la vista della distesa di paste oltre la vetrina lo fece vacillare. Ricontò le monetine.
Quanto costa quella pastina alla crema, là?
Un euro e trenta.
Se ne stette in silenzio, con aria interrogativa. La barista lo squadrò, uno sguardo denso di insofferenza e fastidio: un uomo sporco, infreddolito, spettinato, con la barba incolta, i vestiti consumati, a coprirsi solo una giacca troppo leggera per la stagione che era. Ne vedeva tanti, come lui, ogni giorno. Rispose, la voce ferma.
E il cappuccino uno e quaranta.
Ho solo…
La donna insisté nella sua perquisizione: sotto al braccio, quello stringeva un quadretto. Impiegò qualche secondo, infine scorse la rappresentazione sacra. Si arrese.
Mi dia quel che ha e si accomodi.
Ma…
Non si preoccupi, si accomodi. Le porto tutto io al tavolo.
Pagò per quel che poté, e si accomodò. Si tenne la giacca stretta addosso, posò il Cristo su una sedia, rovesciato. Da lì, non riuscì a non seguire con lo sguardo la donna mentre allestiva il vassoio per lui. Si strapazzò gli occhi e si soffiò il naso. Fu servito. Si aggrappò alla tazza bollente con entrambe le mani e mandò giù un sorso. Addentò la pasta. La crema straboccò, calda anche quella, densa. La raccolse e la leccò con un dito.
Quando ebbe finito, si guardò ancora per un po’ intorno. Solo l’idea di dover alzarsi, andarsene, uscire fuori e abbandonare quel tepore lo riempiva di malumore. Si concesse qualche minuto, poi adocchiò un espositore con quotidiani di tutti i tipi in bella mostra, a disposizione dei clienti. Non gli parve una cattiva idea per ritemprarsi e far passare un altro po’ di tempo: tanto, cosa aveva da fare, adesso?
Si avvicinò ai giornali. Lesse il titolo sparato in prima pagina. Annaspò. Corse. Ne afferrò uno, poi un altro, poi un altro ancora. Persino il quotidiano sportivo aveva in basso evidenziata in grassetto la stessa notizia. I caratteri cubitali gli traballavano davanti. Sudava, tremava. Ne raccolse due, tornò al tavolino barcollando, crollò sulla sedia e si mise a leggere.
Confessa il ladro dei chiodi. Giro di vite sui chiodi: inasprimento della pena e più controlli, se ne discuterà martedì in Commissione parlamentare. Due furti in un anno: allarme sicurezza.
E ancora, non credeva ai suoi occhi, le mani nei capelli.
Il Commissario ammette e si scusa. Scandalo: il poliziotto-eroe trasferito. Chi crede a questa farsa? È lui: preso il vero ladro, alla sbarra tra una settimana. Il premier: giustizia è fatta ma ora una nuova legge Adesso basta: l’opposizione all’attacco, servono misure serie e severe. Chi è il ladro: la moglie, il lavoro, i figli, la passione per l’arte e la letteratura, e quella “doppia vita”. Video manomesso, prove alterate piazzate ad arte: il Commissario si giustifica: tutti gli indizi portavano e portano a lui. I testimoni: noi raggirati, prima il video, poi la testimonianza. Lo psicologo Tal dei Tali: la mente non può essere condizionata così da uno stupido filmato, la colpa è della società, della scuola, delle famiglie: credo in quelle testimonianze e vi spiego il perché
Ringraziò stizzito, leggendo le parole del celebre psicologo. Poi, senza respirare, divorò l’articolo che parlava del ladro. Colto in flagranza di reato da un carabiniere fuori servizio; arrestato e subito portato in Caserma, immediatamente aveva confessato anche il suo delitto di un anno e passa prima, con tale ricchezza di particolari che era stato disposto quindi senza indugio dal Magistrato “il proscioglimento e l’immediata scarcerazione del primo ladro arrestato, Giuliano Martino, condannato in prima istanza a venti anni”. A trent’anni!, ringhiò: E Giuliato! Giuliato!... Trenta anni!
Di lui, in tutti quei fogli, quella carta, quelle parole, si diceva solo per quel rigo e mezzo scarso. Si cercò e ricercò. Non trovò niente altro.
.....continua