
Individuare il problema e ricavarne le questioni giuridiche è solo l’inizio del problem solving legale.
Il passo successivo consiste nel prendere una di quelle questioni, individuare la regola applicabile e spiegare perché quella regola conduce, alla luce dei fatti, a una determinata risposta.
Nel capitolo precedente abbiamo lasciato un imprenditore alle prese con un fornitore.
Il contratto prevedeva la consegna di 500 componenti entro il 10 ottobre. Ne sono arrivati soltanto 200. Il cliente inizialmente diceva: «Voglio fare causa».
Approfondendo la vicenda avevamo scoperto che il suo vero obiettivo era diverso: evitare che la produzione si fermasse, limitare le perdite e, se possibile, conservare un rapporto commerciale difficile da sostituire.
Adesso facciamo un passo avanti. Supponiamo che il cliente chieda: "Posso risolvere il contratto per l’inadempimento del fornitore?"
Abbiamo finalmente una domanda giuridica.
Ma una domanda non è ancora una risposta.
Dobbiamo individuare la regola applicabile, capire quali fatti contano davvero e spiegare perché quei fatti consentono – oppure no – di applicare quella regola.
È qui che può aiutarci uno dei modelli più conosciuti del ragionamento giuridico: IRAC.
IRAC è l’acronimo di quattro passaggi:
Issue → Rule → Application → Conclusion
ovvero:
questione → regola → applicazione ai fatti → conclusione.
Il metodo è molto utilizzato nelle law school anglosassoni. La Columbia Law School lo presenta come una struttura fondamentale per organizzare l’analisi giuridica: prima si individua la questione, poi la regola, quindi si applica la regola ai fatti e infine si formula la conclusione.
Lo schema sembra quasi elementare ed è proprio questo il suo pregio. Costringe il giurista a rendere visibili i passaggi che separano una domanda da una risposta.
La Issue è la precisa questione che deve ricevere una risposta giuridica.
Non coincide necessariamente con il problema complessivo del cliente.
Nel nostro caso il problema concreto è garantire la continuità della produzione e tutelarsi nei confronti del fornitore.
Da questo problema possono nascere diverse questioni:
Il problema è uno ma le questioni giuridiche possono essere molte.
Concentriamoci sulla prima: la consegna di 200 componenti sui 500 dovuti integra un inadempimento sufficientemente importante da consentire la risoluzione del contratto?
È una domanda molto più utile di: «Il fornitore è inadempiente?»
Il punto, infatti, non è soltanto accertare se vi sia stato un inesatto adempimento.
Occorre capire se quell’inadempimento possieda i requisiti necessari per produrre proprio la conseguenza giuridica che interessa al cliente.
Una buona Issue deve quindi essere abbastanza precisa da orientare la ricerca, ma non così chiusa da contenere già la risposta.
E resta sempre un’ipotesi di lavoro.
Nuovi fatti possono costringerci a modificarla.
Il ragionamento giuridico non procede necessariamente lungo una strada a senso unico.
Arriviamo alla R, la Rule.
Qui si nasconde uno degli equivoci più frequenti.
Rule non significa semplicemente: «trova l’articolo del codice».
Torniamo al nostro fornitore.
L’art. 1455 c.c. stabilisce che il contratto non può essere risolto se l’inadempimento ha scarsa importanza, avuto riguardo all’interesse dell’altra parte.
Abbiamo trovato la disposizione.
Ma il problema non è ancora risolto.
Che cosa significa, nel nostro caso, “scarsa importanza”?
Conta la quantità non consegnata? Il ritardo? La funzione economica della prestazione? Le conseguenze sulla produzione? La possibilità di rimediare rapidamente?
La giurisprudenza ha precisato che l’importanza dell’inadempimento deve essere valutata considerando complessivamente il rapporto, il comportamento delle parti, la natura e la finalità del contratto e l’interesse concreto della parte non inadempiente all’esatta e tempestiva prestazione (tra le altre Cass. Sent. n. 10496/2020).
La regola da utilizzare diventa quindi più articolata della disposizione letta isolatamente.
Giovanni Pascuzzi parla di “regola operazionale”: la regola concretamente utilizzabile per affrontare il problema, costruita attraverso norme, giurisprudenza e interpretazione (Giovanni Pascuzzi – L’approccio alla controversia).
La disposizione normativa è spesso il punto di partenza. Il compito del giurista è ricostruire, attraverso norme, giurisprudenza e interpretazione, la regola operativa da applicare al caso concreto.
Questo passaggio diventa particolarmente evidente quando la legge utilizza concetti elastici come buona fede, ragionevolezza, proporzionalità, grave inadempimento o giusta causa.
La disposizione indica il criterio ma è il giurista che deve renderlo utilizzabile.
La A di Application – o Analysis – è il cuore dell’IRAC.
Ed è anche il passaggio più facile da sacrificare.
Capita di leggere pareri nei quali vengono dedicate molte pagine a norme, massime e precedenti e poche righe al caso concreto.
È un curioso modo di rispondere a un cliente: molto diritto ma pochissimo spazio dedicato alla vicenda concreta.
La Columbia Law School suggerisce invece che proprio l’Application costituisca normalmente la parte più consistente dell’analisi.
Riprendiamo il nostro caso.
La regola ci dice che non ogni inadempimento consente la risoluzione e che la sua importanza deve essere valutata alla luce dell’interesse concreto del creditore.
Adesso arrivano i fatti. Il contratto prevedeva 500 componenti entro il 10 ottobre. Ne sono stati consegnati 200. Ma questo, da solo, non basta ancora.
Supponiamo di scoprire che quei componenti sono indispensabili per completare una commessa, che la linea produttiva rischia di fermarsi dopo tre giorni, che il fornitore conosceva quella scadenza e che l’impresa non dispone nell’immediato di un’alternativa equivalente.
Questi elementi rafforzano la tesi secondo cui l’inadempimento incide in maniera significativa sull’interesse del cliente.
Cambiamo però qualche fatto.
Il fornitore comunica che i 300 pezzi mancanti arriveranno il giorno successivo; il cliente dispone ancora di scorte per una settimana; ritardi analoghi erano stati precedentemente tollerati.
La norma è la stessa. Il contratto può essere lo stesso. Perfino il numero dei pezzi inizialmente mancanti è lo stesso.
Eppure la risposta può cambiare.
È questo il punto essenziale dell’Application: non basta affiancare la regola ai fatti. Bisogna spiegare perché quei fatti soddisfano – oppure non soddisfano – i criteri contenuti nella regola.
Quando la norma utilizza concetti elastici – ragionevole, grave, proporzionato, adeguato – può essere necessario confrontare il nostro caso con quelli già decisi.
Non basta, però, trovare una sentenza che sembri simile.
Occorre chiedersi quali fatti abbiano realmente determinato quella decisione e verificare se siano presenti anche nel nostro caso.
Due vicende possono apparire molto simili e differire proprio sul fatto decisivo.
Oppure possono sembrare diverse e condividere proprio l’elemento che conta ai fini della regola.
Le domande da porsi sono allora due:
Una buona Application non cerca soltanto conferme.
Deve confrontarsi anche con i fatti, le fonti e gli argomenti che possono mettere in discussione la conclusione.
La forza del ragionamento aumenta quando sopravvive alla migliore obiezione della controparte.
Arriviamo alla C.
La Conclusion deve rispondere alla Issue.
Non con formule talmente prudenti da non dire più nulla: «La questione presenta diversi profili e dovrà essere valutata alla luce delle circostanze concrete».
Vero. Ma poco utile.
E neppure trasformando una valutazione probabilistica in una certezza che il diritto non consente.
Nel nostro esempiopotremmo concludere: «La risoluzione appare sostenibile se viene dimostrata la rilevanza concreta della tempestiva consegna rispetto alla continuità produttiva dell’impresa. La valutazione potrebbe però cambiare se il ritardo risultasse minimo e immediatamente rimediabile o emergessero precedenti tolleranze del cliente.»
È una risposta.
Ma è una risposta proporzionata all’incertezza.
Una buona conclusione dovrebbe quindi chiarire almeno tre cose:
Il diritto opera spesso nell’incertezza. Nasconderla non rende il parere più solido.
A questo punto bisogna evitare un equivoco.
Utilizzare IRAC non significa scrivere necessariamente ogni atto o parere con quattro titoli (Issue – Rule – Application – Conclusion).
IRAC serve prima di tutto a organizzare il ragionamento.
Nella comunicazione concreta l’ordine può adattarsi al destinatario:
Quello che non dovrebbe cambiare è la logica sottostante.
In altre parole, il metodo deve aiutare a pensare meglio, non costringere il pensiero dentro quattro caselle.
Nel primo capitolo avevamo costruito questo percorso:
racconto → fatti → interessi → obiettivo → problema → questione giuridica → soluzioni
Adesso possiamo entrare dentro la questione giuridica.
La nuova mappa è:
questione → regola → fatti rilevanti → argomenti → conclusione → decisione
Le due mappe si completano.
Il problem solving legale parte dalla vicenda del cliente, individua il problema e formula la questione.
IRAC consente poi di costruire una risposta giuridica motivata.
Ma rimane ancora un ultimo passaggio.
IRAC risponde alla questione giuridica. Il problem solving legale deve affrontare il problema del cliente.
Non sono sempre la stessa cosa.
La Solicitors Regulation Authority inglese richiede espressamente al solicitor non soltanto di individuare e applicare correttamente il diritto, ma di produrre soluzioni coerenti con le esigenze e le circostanze personali o commerciali del cliente.
La risposta giuridica è indispensabile ma diventa davvero utile quando viene reinserita nel problema concreto da cui siamo partiti.
Possiamo rappresentare l’intero percorso così:
problema → questione → IRAC → risposta giuridica → decisione
Questo è il punto chiave: IRAC risponde alla questione giuridica, il problem solving legale usa quella risposta per affrontare il problema del cliente.
Prima di considerare conclusa l’analisi, quindi, può essere utile porsi un’ultima domanda:
Se la risposta è sì, siamo passati dalla domanda alla risposta e possiamo cominciare a decidere che cosa farne.
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