Strage di Via D'Amelio, la memoria e l'imperativo di non tacere

Articolo del 19/07/2026

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Parlate della mafia. Parlatene alla radio,

in televisione, sui giornali.

Però parlatene.

Queste parole di Paolo Borsellino rappresentano ancora oggi uno dei più forti inviti a non lasciare che il tempo trasformi la memoria in silenzio. A 34 anni dalla strage di via d’Amelio, il ricordo del magistrato e degli agenti della sua scorta continua a interrogare la coscienza del Paese, non soltanto per la ferocia dell’attentato mafioso, ma anche per le domande che attendono ancora una risposta definitiva.

Il 19 luglio 1992, una Fiat 126 imbottita di esplosivo venne fatta detonare sotto l’abitazione della madre del magistrato, in via d’Amelio, a Palermo. Nell’attentato persero la vita Paolo Borsellino e i cinque componenti della sua scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.

Erano trascorsi appena 57 giorni dalla strage di Capaci, nella quale erano stati assassinati il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Due attentati che segnarono uno dei momenti più drammatici della storia della Repubblica e cambiarono per sempre la lotta dello Stato contro Cosa Nostra.

La fiaccolata del 19 luglio

Come ogni anno, Palermo ricorda Borsellino e gli agenti della scorta con la tradizionale fiaccolata del 19 luglio.

Ad aprire la manifestazione sarà uno striscione con una frase attribuita allo stesso magistrato:

“Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri.”

Parole che richiamano il bisogno, ancora oggi avvertito, di proseguire la ricerca della piena verità sulla strage e sul contesto nel quale maturò la decisione di eliminare Paolo Borsellino.

Il processo Borsellino quater

Sul piano giudiziario, uno dei principali punti fermi è rappresentato dal processo Borsellino quater.

Nel 2021, la Corte di Cassazione ha confermato la paternità mafiosa dell’attentato e le condanne dei boss Salvatore Madonia e Vittorio Tutino.

Sono divenute definitive anche le condanne di Francesco Andriotta e Calogero Pulci, i falsi collaboratori di giustizia accusati di avere calunniato altri collaboratori e persone innocenti, contribuendo alla costruzione di una falsa verità giudiziaria.

Il processo ha infatti ricostruito il grave depistaggio fondato sulle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, che condusse alla condanna di soggetti estranei alla strage.

Le anomalie e le zone d’ombra

La Cassazione ha tuttavia evidenziato anche significative anomalie investigative e persistenti zone d’ombra.

Tra queste assumono particolare rilievo i rapporti con esponenti del Sisde, il ruolo svolto da alcuni appartenenti agli apparati investigativi e la misteriosa scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino.

L’agenda, che il magistrato portava abitualmente con sé, fu vista dopo l’esplosione ma non venne mai acquisita agli atti né ritrovata.

La sua scomparsa continua a rappresentare uno dei punti più oscuri della vicenda, anche perché Borsellino, nei 57 giorni trascorsi tra la strage di Capaci e quella di via d’Amelio, stava lavorando intensamente e aveva raccolto informazioni che avrebbero potuto essere decisive.

Una verità ancora incompleta

A 34 anni dalla strage, la responsabilità di Cosa Nostra nell’esecuzione materiale dell’attentato è stata accertata.

Restano tuttavia aperti gli interrogativi sulle ulteriori responsabilità, sulle ragioni dell’accelerazione dell’attentato e sugli eventuali soggetti esterni all’organizzazione mafiosa che potrebbero avere avuto interesse alla morte del magistrato.

La vicenda giudiziaria di via d’Amelio dimostra quanto sia difficile raggiungere la verità quando le indagini vengono alterate da false dichiarazioni, omissioni e depistaggi.

Per questo la memoria non può limitarsi alla commemorazione.

L’eredità di Paolo Borsellino

Paolo Borsellino sapeva che la mafia si alimenta non soltanto della violenza, ma anche del silenzio, dell’indifferenza e della rassegnazione.

Per questo il suo invito a parlare della mafia conserva ancora oggi la stessa forza.

Ricordare la strage di via d’Amelio significa custodire la memoria di sei servitori dello Stato, ma anche continuare a pretendere verità, giustizia e trasparenza.

Perché la memoria non è soltanto il ricordo di ciò che è accaduto.

È un impegno civile affinché ciò che è accaduto non venga dimenticato, nascosto o riscritto.


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