
Il referendum sulla riforma della giustizia (c.d. sulla separazione delle carriere dei magistrati) riporta al centro del dibattito pubblico alcuni nodi strutturali del sistema giudiziario italiano. Non si tratta di quesiti tecnici per addetti ai lavori, ma di scelte che incidono sull’equilibrio tra poteri, sulle garanzie processuali e sul funzionamento quotidiano dei tribunali.
Nel confronto pubblico, le posizioni si sono polarizzate. Da un lato i comitati per il SÌ, una parte dell’avvocatura e settori del mondo politico; dall’altro il fronte del NO, che vede schierati in modo compatto l’Associazione Nazionale Magistrati e ampie aree della magistratura.
Per orientarsi nel dibattito, questi sono i dieci temi chiave su cui si concentrano le ragioni del Sì e del No:
Perché SÌ
Per l’Unione delle Camere Penali, la separazione delle carriere è la conseguenza “naturale” di un processo costruito sul contraddittorio: se accusa e difesa sono parti contrapposte, il giudice deve essere terzo anche sul piano ordinamentale. Nei materiali della campagna per il Sì l’argomento ricorrente è che la commistione, pur con limiti, alimenta un’area grigia nella percezione dei cittadini: giudice e PM appartengono alla stessa organizzazione, si valutano all’interno dello stesso circuito e condividono regole di progressione. L’obiettivo dichiarato è rendere più credibile il processo e più “leggibile” il ruolo di chi decide.
Perché NO
Secondo le ragioni del No riprese da ANM e da ampia parte della magistratura, la separazione produce un rischio sistemico: il pubblico ministero, una volta fuori da un ordine unitario, può diventare più esposto a condizionamenti esterni e, nel modello comparato, spesso è inserito in strutture con collegamenti più diretti al potere esecutivo. La critica non è di principio: un PM meno indipendente può incidere sull’eguaglianza dei cittadini nell’esercizio dell’azione penale.
Perché SÌ
Il Sì, nella versione dell’Unione Camere Penali, lega la doppia struttura dell’autogoverno al cuore del problema “correntismo”: due carriere richiedono due organi distinti, e il sorteggio viene proposto come meccanismo di raffreddamento delle logiche elettorali interne, così da ridurre pacta, scambi e appartenenze nella gestione delle nomine e degli incarichi. Nei documenti ufficiali della campagna la promessa è “più trasparenza e meno correntismo”, con un CSM che torna a essere organo di garanzia e non di potere interno.
Perché NO
Il No sostiene che il sorteggio “taglia” il principio rappresentativo: i magistrati non eleggerebbero più i propri componenti dell’autogoverno e l’organo rischierebbe di essere più debole e meno responsabile. Diversi commenti critici sottolineano inoltre che il sorteggio, applicato a un organo con compiti delicati, può ridurre l’effettività dei contrappesi e alimentare il contenzioso, perché la legittimazione non passa dalla scelta degli appartenenti alla categoria.
Perché SÌ
Il Sì insiste sull’idea che la separazione “in ingresso” rende coerente l’intero sistema: se i ruoli sono diversi, anche formazione, valutazioni e progressione devono essere diverse. Il passaggio tra funzioni viene descritto come un elemento che, pur poco frequente, mantiene aperta l’idea di una carriera unica e quindi una cultura professionale non pienamente distinta.
Perché NO
Il No replica con un dato normativo e pratico: già oggi, dopo le modifiche all’ordinamento giudiziario, il passaggio tra funzioni è fortemente limitato e, nei fatti, è diventato residuale. Per questa impostazione, il referendum inciderebbe su un problema “sovrastimato”, perché la terzietà del giudice sarebbe già tutelata dalla separazione delle funzioni e dai limiti ai trasferimenti.
Perché SÌ
Nel Decalogo del Sì l’Alta Corte disciplinare è presentata come strumento per una giustizia che “risponde a tutti”: l’idea è che la disciplina, affidata a un organo dedicato, aumenti trasparenza e prevedibilità, riducendo l’impressione di autoreferenzialità. In chiave concreta, i sostenitori richiamano l’esigenza di rafforzare la fiducia pubblica: la responsabilità non come “punizione”, ma come presidio di qualità.
Perché NO
Il No contesta soprattutto l’effetto “clima”: un sistema disciplinare percepito come più penetrante può generare decisioni difensive e timore di esporsi, con il rischio di ridurre l’indipendenza effettiva. Inoltre, la critica sottolinea che i meccanismi disciplinari non eliminano gli errori giudiziari, che dipendono da complessità dei casi, carichi di lavoro, risorse e organizzazione.
Perché SÌ
Sul fronte Sì, l’argomento è di accountability: chi esercita un potere che incide su libertà personali e diritti fondamentali deve essere valutato in modo credibile e non meramente formale. Nei materiali pro-Sì questa linea si collega a un tema concreto: misure cautelari e “malagiustizia”. L’Unione Camere Penali, ad esempio, pubblica periodicamente dati e campagne informative su custodia cautelare e ingiusta detenzione, sostenendo che la qualità delle decisioni deve essere misurata anche alla luce dei loro effetti.
Perché NO
Il No obietta che la giurisdizione non è una catena di montaggio: introdurre o irrigidire indicatori quantitativi può spingere a privilegiare la velocità sulla qualità o a “gestire” i numeri. In più, si evidenzia che i principali driver di qualità ed efficienza sono spesso esterni al singolo magistrato: organici, personale di supporto, digitalizzazione e carichi.
Perché SÌ
Il Sì sostiene che la riforma riduce il rischio di “cattura” interna: meno correnti, più trasparenza nelle nomine e organi di autogoverno coerenti con la distinzione dei ruoli. L’idea di fondo è che, se l’autogoverno viene percepito come un luogo di mediazione politica interna, si indebolisce la credibilità della magistratura verso l’esterno.
Perché NO
Il No ribalta la prospettiva: indebolire gli organi di autogoverno e frammentare la magistratura può aumentare le pressioni esterne, soprattutto sul PM. In questa lettura, l’equilibrio dei poteri è un tema pratico: riguarda la capacità della magistratura di agire senza timori quando indaga su poteri economici o politici.
Perché SÌ
La campagna per il Sì insiste sul “fattore percezione”: un giudice terzo è la prima garanzia di libertà e la fiducia si costruisce se l’assetto istituzionale rende immediatamente chiaro che chi giudica non appartiene allo stesso circuito di carriera di chi accusa. Qui l’esempio tipico è quello del cittadino imputato: anche quando la decisione è sfavorevole, la legittimazione del processo dipende dal sentirsi giudicati da un arbitro davvero terzo.
Perché NO
Il No collega la fiducia a fatti misurabili: tempi, arretrati, accessibilità. In questa prospettiva, contano soprattutto risorse e organizzazione. Anche gli obiettivi PNRR sulla riduzione della durata dei processi vengono richiamati per dire che la fiducia si gioca sulla capacità di rispettare target e assicurare un servizio efficiente, non sulla riscrittura degli organi.
Perché SÌ
Per il Sì, una giustizia più credibile e con ruoli nettamente distinti può favorire un sistema meno conflittuale e più ordinato. L’argomento, in molti documenti pro-Sì, è che l’efficienza non è solo “velocità”: è anche chiarezza istituzionale, trasparenza delle carriere e responsabilità.
Perché NO
Qui l’ANM e il fronte del No inseriscono i dati più “duri”: la giustizia soffre soprattutto di carenze strutturali. In atti parlamentari recenti viene indicata una scopertura media nazionale del personale amministrativo pari al 30,63%, calcolata sui posti a tempo indeterminato rispetto alla pianta organica; lo stesso atto ricorda inoltre la presenza di 12.104 unità PNRR a tempo determinato, che non risolvono in modo stabile la carenza. Senza investimenti e stabilizzazioni, l’effetto concreto atteso è un rallentamento del servizio, qualunque sia l’assetto delle carriere.
Perché SÌ
Il Sì richiama spesso il confronto comparato: in molte democrazie europee e occidentali giudici e PM hanno percorsi separati; l’Italia, pur avendo un processo formalmente accusatorio, mantiene un assetto ordinamentale unitario. In questa chiave, la riforma sarebbe un allineamento “di sistema” tra regole del processo e organizzazione della giurisdizione.
Perché NO
Il No osserva che il confronto europeo va fatto anche sui numeri, non solo sui modelli. I dati CEPEJ mostrano che in Europa la media è di 22 giudici per 100.000 abitanti; per l’Italia, fonti di riepilogo basate su dati CEPEJ riportano circa 11,9 giudici professionali per 100.000 abitanti, quindi un valore sensibilmente più basso della media. La conseguenza pratica, secondo questa impostazione, è che importare un assetto senza intervenire sugli organici rischia di spostare l’attenzione dal problema principale.
Perché SÌ
I sostenitori del Sì presentano la riforma come una battaglia “di civiltà” e di garanzie: un processo a parti contrapposte richiede un giudice terzo; un autogoverno più trasparente rafforza l’autorevolezza della magistratura; un sistema disciplinare dedicato migliorerebbe il controllo democratico senza subordinare i giudici. In questa lettura, l’equilibrio dei poteri non si indebolisce: si chiarisce e si rende più credibile, perché l’accusa resta autonoma ma distinta da chi decide.
Perché NO
Per il No, invece, la riforma tocca il “cuore” dei contrappesi: frammentare l’ordine giudiziario e introdurre sorteggio e nuovi organi disciplinari può alterare l’equilibrio costituzionale, soprattutto se l’effetto indiretto è un indebolimento dell’indipendenza. La critica insiste su un punto pratico: senza una riforma complessiva del sistema, cambiare i vertici rischia di produrre conflitti istituzionali senza benefici immediati per il cittadino.