Ricorso con sentenze inventate dall’AI: avvocato responsabile

Articolo del 26/06/2026

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La Cassazione penale (n. 23006/2026) chiarisce che l’uso dell’intelligenza artificiale non esonera il difensore dal controllo delle fonti: citare precedenti inesistenti può integrare colpa qualificata e giustificare una sanzione più elevata alla Cassa delle ammende.

Un avvocato può usare l’intelligenza artificiale per preparare un ricorso per cassazione?

Sì. Ma il controllo resta suo.

La Corte di Cassazione, Terza Sezione penale, con la sentenza n. 23006 depositata il 22 giugno 2026, affronta le conseguenze dell’uso non verificato dell’AI nella redazione degli atti difensivi.

Il problema non è lo strumento. Il problema nasce quando nel ricorso vengono inseriti precedenti giurisprudenziali inesistenti o alterati, probabilmente generati da una cosiddetta allucinazione informatica.

Per la Cassazione, questa condotta non è una semplice imprecisione. Può diventare indice di colpa qualificata e giustificare una sanzione più elevata in favore della Cassa delle ammende.

Il caso: un ricorso fondato anche su precedenti non veri

La vicenda riguarda un procedimento di esecuzione relativo alla revoca di un ordine di demolizione.

La Corte di appello di Napoli aveva dichiarato inammissibile l’incidente di esecuzione proposto nell’interesse di un soggetto indicato come terzo interessato.

Contro questa ordinanza viene proposto ricorso per cassazione.

La difesa sostiene, tra l’altro, che un errore nelle generalità della parte non avrebbe dovuto determinare l’inammissibilità dell’istanza. A sostegno della tesi richiama alcuni precedenti della Cassazione.

Ed è qui che nasce il problema.

Secondo la Suprema Corte, quei precedenti non affermano i principi indicati nel ricorso. Alcuni non si occupano della questione giuridica prospettata. Altri vengono richiamati in modo non corrispondente al loro contenuto.

In sostanza, il ricorso utilizza sentenze inesistenti o alterate come se fossero veri precedenti favorevoli.

Che cos’è l’allucinazione informatica

Nel linguaggio dell’intelligenza artificiale generativa, l’allucinazione informatica si verifica quando il sistema produce un contenuto che sembra credibile, ma non è vero.

Nel diritto il rischio è evidente.

Una sentenza inventata può apparire plausibile: ha un numero, una sezione, una data e perfino una massima scritta in linguaggio giuridico.

Ma se quella sentenza non esiste, oppure se non dice ciò che le viene attribuito, l’atto difensivo porta nel processo una fonte falsa.

Per la Cassazione questo non è un errore marginale. L’allegazione di precedenti inesistenti altera il contraddittorio, ostacola il vaglio di legittimità e lede l’affidabilità minima degli atti difensivi.

Il giudice e la controparte devono poter confidare almeno su un dato di base: le fonti richiamate in un atto devono esistere davvero.

L’AI non sostituisce il controllo dell’avvocato

La decisione non vieta l’uso dell’intelligenza artificiale negli studi legali.

Dice una cosa diversa: l’avvocato non può depositare un atto costruito su fonti non verificate.

La tecnologia può aiutare nella ricerca, nella selezione degli argomenti e nella redazione. Ma la verifica della sentenza, del numero, della sezione, della data e del principio di diritto resta un compito professionale.

Chi sottoscrive l’atto conserva la responsabilità del suo contenuto.

Per questo, se nel ricorso finiscono sentenze mai pronunciate, massime alterate o riferimenti giurisprudenziali non pertinenti, l’errore non viene attribuito alla macchina.

Resta nell’atto. E quindi ricade su chi quell’atto lo deposita.

Art. 616 c.p.p.: perché la sanzione può aumentare

Il riferimento normativo centrale è l’art. 616 c.p.p.

Quando il ricorso per cassazione è dichiarato inammissibile, la parte privata è condannata alle spese del procedimento e al pagamento di una somma in favore della Cassa delle ammende.

Questa somma può essere graduata tenendo conto della causa di inammissibilità del ricorso.

La Cassazione richiama anche la sentenza della Corte costituzionale n. 186 del 2000, che ha escluso l’automatismo della sanzione nei confronti del ricorrente incolpevole.

Il meccanismo è questo: se l’inammissibilità non dipende da colpa, la sanzione non può operare automaticamente; se invece l’inammissibilità deriva da una condotta colposa, la condanna è giustificata.

Nel caso esaminato, la Corte ritiene che la citazione di precedenti inesistenti riveli una colpa più intensa rispetto alla normale proposizione di motivi generici o ripetitivi.

Da qui la condanna al pagamento di 5.000 euro in favore della Cassa delle ammende.

Perché le sentenze inventate aggravano la colpa

Per la Cassazione, un ricorso debole non è uguale a un ricorso costruito su fonti false.

Un motivo aspecifico, generico o reiterativo può rendere il ricorso inammissibile.

Ma l’uso di giurisprudenza inventata aggiunge qualcosa.

Il precedente inesistente viene presentato come supporto tecnico della censura. In questo modo il ricorso simula un fondamento giurisprudenziale che in realtà non c’è.

Secondo la Corte, questa condotta incide sul corretto funzionamento del giudizio di legittimità e sulla funzione nomofilattica della Cassazione.

Non siamo quindi davanti a un semplice errore interpretativo. Siamo davanti alla mancata verifica di una fonte giuridica utilizzata per sostenere una domanda processuale.

Il principio per gli avvocati

Il principio che emerge dalla sentenza è chiaro: l’AI può essere uno strumento di supporto, ma non può sostituire il controllo critico dell’avvocato.

Prima di depositare un atto, il difensore deve verificare almeno:

  • esistenza della sentenza citata;
  • numero e data del provvedimento;
  • sezione che lo ha pronunciato;
  • contenuto effettivo della decisione;
  • principio di diritto richiamato;
  • pertinenza del precedente rispetto al caso concreto.

Questa verifica non è un dettaglio formale. È parte del dovere professionale di chi redige e sottoscrive l’atto.

Cosa ci portiamo a casa?

La Cassazione non dice che l’avvocato deve rinunciare all’intelligenza artificiale.

Dice che deve usarla con metodo.

L’AI può aiutare a cercare, ordinare e scrivere. Ma non può garantire da sola la verità delle fonti.

Nel processo, il controllo resta umano. E, per l’avvocato, resta professionale.

La regola pratica è semplice: prima di citare una sentenza, bisogna verificare che esista e che dica davvero quello che le stiamo attribuendo.

Perché l’allucinazione sarà pure informatica, ma la sanzione arriva in cancelleria.


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